TEMPORALE




Dalla profondità del cielo

un urlo cade.


Sonoro tonfo

il tuono

spacca l'aria.


Si rimane come

ammutoliti ad aspettare

quello

che accade.


Il lampo

che abbaglia

il vento che freme

e piega

le cime alte

dei rami.


Silenzio nell'anima

è come un canto

la preghiera

di restare

in questo spazio di cielo

ad aspettare

che tutto passi.


a cura di GIUSEPPINA QUITADAMO


Madre Natura 

 

La sera è scesa sul piccolo villaggio dell’umanità. Le stelle fitte appaiono. Sono tante, tantissime da queste parti. È buio intorno. Solo il silenzio e la quiete degli alberi. Ulivi venuti dal passato. A raccontarci storie di altri uomini e donne come noi. Se ciascuno di questi alberi potesse parlare, quanti racconti ne verrebbero fuori. Poi c’è lo sfondo delle colline. Lontano sembrano stagliarsi come guardiani di un’umanità che non ascolta. Ci si vorrebbe fermare a lungo in questo posto dove la natura parla al cuore. Guardandola ci sentiamo in pace con essa. E ci racconta. Ricorda il passato che noi tutti siamo stati. Delle persone semplici, non laureati, né diplomati, eppure saggi. O di nobili arricchiti col loro sangue e la loro disperazione. O ancora di ricchi onesti, pochi in realtà, che mettevano le loro vite a servizio degli altri. Mi sembra di vederlo il medico, in sella al suo cavallo, o in carrozza, o in auto dei primi del novecento arrivare fin qua. Per aiutare un malato, o un bambino a nascere. O ancora,  sembra di ascoltare l’eco di zoccoli che venivano dal paese fin qua per raccogliere ulivi. Di uomini, o di animali che li portavano. Ma bisogna andare. Siamo qua per una cena. Il passato di allora abita in queste pietanze che ci servono a tavola. È così che accade. La natura diventa spettacolo, luogo in cui ritrovarsi, ma davanti ad un piatto. È già notte fonda quando si riscende per rincasare. Ora le viti sono cariche di grappoli non ancora maturi che pendono, in attesa del tempo. Che li maturi e grondino vino buono da gustare. Per strada le stelle ci inseguono. Lo fanno anche i grossi alberi di pino che fanno ombra quando è giorno. Lo fanno le piccole luci di costruzioni sparse qua e là. Si vorrebbe non andare via. Trovare un posto e immergersi nella natura. Che senza troppe parole ci rende suoi figli più cari. Noi siamo i figli prediletti di questa madre. Ci dona la salute, la bellezza. Ci fa sentire a casa, sempre. E raramente ci tratta male. Quando succede è per farsi ascoltare. Come è successo di recente. Acqua e pioggia. Fango e morte. Perché? Le avevano tolto il suo corso naturale, la sua bellezza selvaggia per costringerla ad essere quella che non doveva essere. Ed è scoppiata. La natura quando scoppia, parla. Parla all’uomo che vuole costringerla ad entrare nei suoi meschini progetti. E ne paga il conto, molto salato. Amiamo la natura. Ci insegna ad essere semplici. E buoni esseri umani!

 

Giuseppina Quintadamo

(Riproduzione riservata ©)

 

 

 

 

Abusivismo

 

L’Italia è un paese meraviglioso. Qui puoi trovare monti, vallate, paesaggi mozzafiato. Avete presentequando si viaggia in treno, allora lo sguardo si perde nella magnificenza dei paesaggi attraversati. Ma poi qualcosa di stonato ci fa smettere di sognare. Sono quelle opere mostruose che compaiono qua e là. Gigantesche, incompiute, sono le impronte dell’avidità umana. Giunta fin là attraverso strette di mano, bustarelle e l’enorme sacrificio della natura. Che è stata derubata della sua bellezza, la sua purezza. Qualcuno voleva fare un albergo laddove c’è ora uno scheletro di pietra. Altri scuole, istituti , che piangono quante le ore di sonnolenza di studenti a inizio settembre. Quando i battenti si riaprono per chiudere le porte all’estate. O altri ancora la casetta dei propri sogni. Quella piccolina del Canada, ma dove non si doveva edificare alcunché perché la natura serba delle brutte sorprese qualora non si sente rispettata. E le cronache ne sono piene di queste brutte sorprese. Fiumi straripati, gente trascinata. In letti di fango e acqua, quanti non se ne vorrebbe mai sentire. Invece se ne sentono. È all’ordine del giorno. Basta un temporale e le montagne si frantumano, il fango viene giù e la gente muore. Muore perché o cosciente o incosciente ha voluto sfidare e le leggi dell’uomo e della natura. La più severa dei due. Che riprende sempre quello che le hanno rubato. Innanzitutto il rispetto verso di sé e le sue regole. Per cui, quando state per portare la bustarella al Tizio o al Caio per farvi avere una licenza che non arriva, pensate alla natura, quale madre di tutti. Buona e severa, ma terribile quando vuole. E costruite la vostra casetta, ma dove è possibile. Se una casa deve rispettare certi criteri per essere edificata, rispettateli, saprete che non avrete fatto del male a voi stessi e chi amate. Non costruire scuole o alberghi che rimarranno incompiuti o su posti il cui solo scopo è di farci amareggiare. La bellezza innanzitutto è per il cuore, oltre che per gli occhi. E guardate a certe bellezze venuteci dal passato. A certe costruzioni che non stonano al guardare. Perché sono nate dal rispetto dell’ambiente circostante. Pensate a quelle torri, a certi ponti. Al vederle viene da pensare come hanno fatto. Si come hanno fatto ad unire la bellezza della natura con la bellezza della creatività dell’uomo. Non siamo diversi da loro. Eppure non ci hanno lasciato dei mostri, come noi ai nostri posteri. O mi sto sbagliando?

Giuseppina Quintadamo

(Riproduzione riservata ©)

 

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Perché non lo facciamo per lavorare?

 

Erano passati molti giorni da quello in cui Pegaso era arrivato a scombussolare la tranquillità del quartiere. Uno in prossimità del mare; scogli e rocce e onde che spesso bagnavano le strade strette che attraversavano l’intero abitato. Quando non era in campagna, il nuovo padrone lo teneva nella stalla. La notizia era volata e incuriosiva molti conoscenti o amici dell’uomo. Uno in particolare che si presentò una mattina fingendo di capitare di lì per caso. Quando non aveva altro da fare il primo, passava il suo tempo ad intagliare figure di legno su mestoli e forchette. Così capitava di trovarsi, sopra un mestolo teste di cervi o altri animali. I bambini del vicinato, quando non avevano intrapreso una battaglia o si nascondevano fra fessure dei palazzi, erano affascinati dal paziente lavorio di quelle mani dure e rugose. Il conoscente venne fingendosi interessato a certe sementi che non riusciva a trovare, ma anche a come dovesse seminare o..

Rimase come folgorato quando vide la chioma ondeggiare in un angolo della stalla magazzino e ne udì il respiro non d’ essere umano.

“ Ah, è bello” disse fingendosi quasi sorpreso. Alzandosi si avvicino all’animale, il quale mostrava una certa diffidenza nei suoi confronti. L’uomo lo accarezzò alzandogli le zampe una per una. Gli spalancò il muso per guardargli i denti, la lingua. L’altro continuava ad intagliare con il coltellino alzando gli occhi raramente.

“ Perché non lo facciamo lavorare?” esultò l’ospite.

“ Il mio puledro un lavoro già ce l’ha !”

“ Potremmo usarlo per portarci sopra i bambini…”

“ Se lui non fa i dispetti, lui ce li porta i bambini sulla groppa”

“ Ma adesso ci sono i turisti…”

“ Lui non ha conti da far crescere in banca. Ed io neppure”

Quello continuava a girare intorno all’animale insistendo sulla sua richiesta.

“ Che semente ti serviva?”

“Già , lo avevo quasi dimenticato! Di fragole?”

“ Il mercato ha tutte le sementi che ti occorrono”

I bambini spettatori divertiti, si erano quasi aggrappati a Pegaso che si lasciava accarezzare da loro con docilità. La testa del cervo dalle lunghe corna curvate svettava fra le altre appese ad una corda e sembrava volere scacciare ogni intruso. Il silenzio fece scivolare ogni altra forma di richiesta o domanda . Fino a fargli aprire quasi imbarazzato la porta e uscire con passo rapido. Tutti i bambini si avvicinarono al puledro. Qualcuno più leggero vi salì facendolo roteare. Qualcuno gli avvicinò un secchio pieno d’acqua che l’animale bevve ingurgitandola e scoppiarono a ridere divertiti beffeggiando quello che se n’era andato.

“ Zio, però potevi darglielo per lavorare!”

Tutti inveirono contro di lui, ma l’uomo minacciò di cacciarli tutti a calci nel sedere. Zittirono e se ne ritornarono a giocare in strada.

“ Beh, amico mio tu che ne pensi?” . L’animale sbuffò bevendo l’acqua. L’uomo lo guardò divertito e si alzò per rientra re. La moglie aveva preparato pasta al sugo e cacio.

“ Oggi ti porto fuori” disse andandosene.

 

 

Giuseppina Quintadamo

(Riproduzione riservata ©)

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La Primavera 

 

La primavera si affaccia dalle finestre dell’inverno. Guarda fuori e copre di colori l’orizzonte. A tratti si estendono file di papaveri rossi, primule delicate dalle molteplici forme. Piccolissime corolle s’elevano. Brillano nelle aiuole o in distese abbandonate. A primavera la vita risplende e i cuori respirano nuova gioia. Al risveglio cardellini gialli e neri si nascondono dentro i rami di un’acacia in fiore. E canta. Quante note s’alzano in volo. Di passeriformi che stanno sopra i tetti, sui comignoli a difendere i piccoli nei nidi. Com’è dolce quel richiamo che si fanno l’un l’altro, già prima che il sole sorga. Allora, ai primi sprazzi di luce ecco il suono melodioso di un uccellino che incanta tanto è soave e ritmato. È come un dono inaspettato. Aprire gli occhi e trovarsi immersi in un mondo di vibrazioni. È sentire il flauto che emette il dolce suono , e a seguire, il violino. Il pianoforte infine, e l’acqua che scorre. Sgorga dalla fonte con rigoglio di voce e poi scorrere lento. Di lui si ode il moto lento. Scende sopra le pietre , le porta con se in un movimento impercettibile. Piano piano, lento lento fino a cambiarne il volto. Fin dentro i millenni. In cui ogni cosa cambia aspetto.

Al mattino dicevo, si avverte tutto questo. E vedo. Guardo notando i piccoli mutamenti. Dell’acacia più gialla di ieri, dei fiorellini più folti. Dai microscopici petali aperti a nutrirsi di sole. Sono gialli, sono viola, e rossi. Hanno dispiegato i loro petali, per poi serrarli a sera. Chiudendoli ben stretti. Obbedendo nel loro piccolo mondo alla meravigliosa legge della natura, della vita che è in loro. Essi, piccoli, fra i più piccoli e perfetti portano in sé la legge dell’abbandono. Del rispetto alle regole del mondo. Che non hanno inventato loro, ma esiste anche per loro.

Ancora ascolto. È pieno giorno. Il sole alto sulle pietre brucia i piedi. Ci sono gatti distesi. Si leccano. Si scaldano. E cani randagi che chiedono il cibo ai passanti, o camminano attaccati al guinzaglio. E ci sono loro. Esseri che corrono. Vanno, ritornano. Restano. Ci sono i bambini diventati grandi o bambini in corpi di adulti. O anziani che ricordano i tempi andati ai piccoli che sognano momenti non ancora vissuti. Ci sono poi vite e storie di donne e bambini. Che si confondono. Nascono in piccoli semi, diventano uomini. Li vedi affiorare invisibili, poi affacciarsi con le manine tese, in braccio alle madri. Anch’io fui una bambina in braccio a mia mamma. Ora sono un’adulta ma nel cuore c’è una bambina che sobbalza. Vorrebbe mettersi a saltare per ogni cosa bella che accade. Sempre ne accadono. Sono come i piccoli fiori sbocciati sui tronchi spezzati. O nelle dune, divenute discariche. O come canto, semplicemente il canto di volatili fra i rami. Unico, ritmato, come note buttate sulle pagine di uno spartito da un genio musicale. Io sono come il vento leggero quando passa. Come il risveglio di un mattino di sole. Come una giornata di lavoro. Ho incominciato il mio corso. Sto andando avanti. Tempo verrà ed anche su di me le foglie cadranno su cumuli di passato. Quando nessuno saprà chi sono stata. Se ero o no esistita nei tempi andati. O come un alone su un vetro appannato. Se si, chi ero stata. Cosa della mia vita e che della mia storia umana. Se fui una pagina scritta tra i libri di scuola. Oppure solo nome negli scaffali di archivi impolverati. Ora cammino per le strade della vita. Ad ogni passo corrisponde una sconfitta. O una nuova attesa. Attendo. Già questa è una certezza. Come un mattino di sole. I raggi che piovono dalle finestre addormentate e tu sei costretto ad aprirle perché devi dare senso e certezza a tutte quelle cose che vedi. Ad ogni più piccolo fiore, per incominciare.

 

 

Giuseppina Quintadamo

(Riproduzione riservata ©)

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La pioggia

 

Pioveva a dirotto quel giorno. Gocce simile a pietre cadute dal cielo. Scrosci rumorosi, ogni cosa rifletteva il suono e dalla strada l’acqua scivolava giù da sembrare una cascata. I bambini guardavano aspettando che spiovesse. Avevano preso i loro impegni. Come ogni giorno c’era qualcosa da finire. La partita di pallone, il nascondino, o raccontarsi gli uni gli altri quel che si voleva.

In quei momenti si svelavano segreti , sogni e paure. Che solo un bambino sa riconoscere. Invece la pioggia e le sberle delle madri, chiudevano le finestre. O le case delle nonne dabbasso, dove queste erano solite radunare le giovani madri o future spose per raccontare la loro vita passata a far del bene agli altri.

In una di quelle case abitava la nonna di Sofia, una bimba dagli occhi verdi e lentiggini sotto gli occhi. Era buffa, ma anche bella. Amava giocare in quelle strade dove ritrovava alcune compagne di scuola. Era indomabile. Un po’ come il cavallino di cui si era sparsa la notizia.

Il temporale aveva costretto anche le donne a rimanere a casa. Anch’esse stupite per tanta acqua si erano rifugiate nella casa della signora Sofia. I pochi mobili scuri erano perfettamente abbinati al cielo scuro, ma qualcosa brillava in quella stanza. Erano le risate delle bambine che si erano ritrovate e si divertivano ad ogni parola o frase venisse deformata dalle bocche di quelle donne formose.

Qualcosa accadde. Come d’improvviso si arrestarono le risate. Dietro la porta finestra che dava sulla strada lucida, una ragazzina dall’apparente età delle altre guardava dentro casa.

La nonna di Sofia sembrò molto infastidita e con una mano scacciò la ragazzina aggiungendovi offese a lei e sua madre.

La piccola, esile e dalla pelle bianca quasi trasparente non capiva da dietro i vetri. Sembrava un albero dai rami secchi ed era inzuppata di acqua, ma non sembrava infastidita. Immobile aspettava, di chissà che cosa. Le donne si unirono, non tutte in realtà, a questo disprezzo. Fino a quando qualcuna non aprì la porta. Subito la bambina si dileguò lasciando sgomente le altre che dentro non capivano.

Quando se ne fu andata le donne raccontarono la sua storia. Di chi fosse figlia, non di suo padre. Della cattiva abitudine che aveva sua madre e del pover’uomo che l’aveva sposata. Rivelavano ogni cosa per aneddoti o episodi che avevano assistito di persona o ascoltato da altri che avevano riferito di altri che avevano sentito.

Le bambine conoscevano quella ragazzina. Alcune volte ci avevano giocato insieme. A dire il vero l’avevano invitata. Lei timida, ma quando lo fecero aveva subito accettato.

Le loro mamme questo non lo sapevano. Quella bambina era da escludere, ma loro non lo sapevano.

Spiovve. Il sole si era fatto largo tra le nuvole nere. Ora sfere di luce facevano brillare tutto ciò che la pioggia aveva sciacquato abbondantemente. Si andava a caccia di pozzanghere per saltellarci dentro. Come delle rane allegre e leggere. Ma quella bambina restava là. Sospesa nei loro pensieri e aspettava. Che qualcuna aprisse e facesse entrare anche lei.

 

 

Giuseppina Quintadamo

(Riproduzione riservata ©)

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Esperimenti di scrittura creativa sostenibile a quattro mani

 

Eccolo lì, "Le ali di Pegaso", un libro a cura di Dalmazio Masini, che raccoglie ben venti poeti!

 

E se fosse il Vostro? Ci avete mai pensato? Nasce quindi dalla forte esigenza di autori e scrittori o aspiranti tali, esordienti e non, questa sezione, curata dalla giovane e sensibile Pina Quitadamo, allo scopo di creare un racconto a quattro o infinite mani - questo sarete Voi a stabilirlo, nonché una sezione di consigli, suggerimenti e normative sul diritto d'autore, essendo contrari alle case editrici a pagamento.

 

Uno spazio dove autopromuoversi e - perché no? - capire davvero quanto si potrebbe essere letti, nel caso di scelta di pubblicazione del nostro manoscritto.

 

Come funziona? Invia la tua cartella, ossia 3500 battute a redazionenewage@gmail.com. Valuteremo attentamente il tuo testo, ancora meglio se ecosostenibile.

 

Per contro, ogni settimana, qui verrà inserito un input da parte della Redazione, che può essere il primo capitolo di una storia che potrai continuare usando l'apposito form.

Il diritto d'autore rimane di proprietà dello stesso.

Non cedetelo mai!

 

 

PEGASO, CAVALLINO SENZA ALI.

(testo di Giuseppina Quitadamo)

 

 

Evviva, la scuola ha chiuso i suoi cancelli! Non davanti, ma dietro gli alunni. Tutti i ragazzi corrono dietro all’estate sperando sia lunga, divertente e soleggiata. Anche se le mamme, affacciate alle finestre, per le strade o sui balconi già stanno rimpiangendo quelle lunghe ore di tranquillità. I maschietti hanno messo i pantaloncini corti, le scarpe vecchie e un pallone da scalciare. Le bambine sedute sopra le scale, si pettinano i lunghi capelli e ne fanno delle trecce scombinate.

Era una giornata del genere, quella mattina. La strada pullulava di voci di bambini, di madri e di profumi di pietanze che attraversavano tutto il vicinato. Uscivano dalle finestre aperte, dai balconi. Erano olezzi di vita, di case, di storie. In quei profumi ognuno raccontava la propria storia.

Ad un certo punto però qualcosa accadde, di insolito. Tanto da sbloccare la monotonia della giornata. Apparve un uomo e al suo fianco un puledrino simile ad un cane. I bambini accorsero. Come uno stormo di rondini o passeri. O come api che corrono dietro alla regina. L’uomo procedeva nel corridoio che si era formato.

A questo punto anche le donne e qualche anziano accorsero. Il piccolo puledro era lucido e scuro, come il mogano. Sembrava stanco, impaurito. L’uomo , un agricoltore della zona, lo accarezzava per calmarlo. I bambini incominciarono a porre domande su domande. Lui fece calmare tutti e incominciò a raccontare loro la sua incredibile storia.

Come tutte le mattine, l’uomo, era andato nel suo terreno. Che era scosceso e ripido, con tanti sassi che cadevano sotto i suoi piedi. Era preso dai suoi lavori quando sentì come un singhiozzo. Si spaventò, pensando a un gesto di qualche folle. E si voltò verso la fonte di quel rumore. C’era una macchia scura e palpitante. Non capì da subito. Un arbusto dai fiori colorati offuscava in parte la visuale. Si avvicinò, sempre titubando e si trovò davanti una scena straziante, commovente. Una cavallina ferita, sanguinante giaceva senza vita . La testa del piccolo poggiava come in un ultimo abbraccio su quello della madre, che non poteva più proteggerlo. Così come ogni madre fa. L’uomo chiese aiuto. Liberò il piccolo a fatica. Seppellì la madre. Avrebbe voluto non farlo mai. Mai separare quel piccino dalla sua mamma. Dovette. E lo portò con lui, in paese.

I bambini ascoltavano. Commossi, annuivano, domandavano. Tacevano. Accarezzavano il piccolo puledro che restava attaccato al suo nuovo compagno, come a sua madre. Lo accompagnarono fino alla stalla. Un locale adibito a molti usi che conservava l’antica impronta di rifugio per animali.

Quel giorno sembrò volare. Il puledro era diventato il nuovo amico. Lui seguiva il suo padrone passo passo. In paese, in campagna. Era fedele, calmo, e sembrava aver superato ogni trauma. Ora proteggeva ogni forma di vita gli si avvicinasse. Dal padrone alle pecore cui non lasciava avvicinare nessuno. Correva su e giù perché non si facessero male.

Tempo dopo, uno dei bambini chiese all’agricoltore: - Come si chiama?-

L’agricoltore rispose domandando a sua volta: tu te ne dici, come possiamo chiamarlo?

Il piccolino, mostrando un sorriso a denti larghi rispose, pensando alla storia che gli aveva raccontato il suo papà : - Pegaso! Pegaso, cavallino senza ali!-

  • E sia!- disse l’uomo, scapigliandogli i capelli.

     

    (continua... )

     

    Lidia Ianuario

    (Riproduzione riservata ©)