Fiordilatte di Napoli, sotto i rifletto alla Federico II

Venerdì saranno presentati i dati del progetto Bovlac

 

 

Mattinata da non perdere per gli appassionati del "Fiordilatte di Napoli". Uno dei più antichi latticini prodotti in regione vivrà un momento importante venerdì 20 marzo. A partire dalle ore 9.30 nell'aula  "D'Ambrosio" del Centro LUPT dell'Università degli Studi di Napoli Federico II,  in via Toledo 402 Napoli, verranno presentati i risultati del Progetto Bovlac.

La valorizzazione del latte bovino della Campania consente mediante un sistema integrato la certificazione e la tracciabilità del prodotto “Fiordilatte di Napoli”. Il progetto è stato finanziato dalla regione Campania attraverso la Misura 124 del PSR 2007-2013.

Prevista la partecipazione di numerose personalità del mondo accademico e del lavoro. A partire da Massimo Marrelli,  presidente del CeRITT dell'Università degli Studi di Napoli Federico II; si proseguirà con  Luigi Zicarelli Direttore del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell' Università degli Studi Napoli Federico II.

Ed ancora Guglielmo Trupiano - Direttore del Centro Europe Direct- LUPT, Nicoletta Murru, responsabile scientifico del progetto, del Dipartimento Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Testimonianza diretta dal mondo del lavoro arriverà da Francesco Amodio - titolare della ICCA Spa.

Al convegno organizzato dalla Mediter ci saranno anche Viola Calabrò del Dipartimento di Biologia dell' Università degli Studi di Napoli Federico II e Luciano Magliulo della Penelope Spa.

La mattinata culminerà in una tavola rotonda dal titolo: "La Tracciabilità delle produzioni lattiero casearie della Regione Campania:esperienze a confronto" moderata da Vincenzo Peretti del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell' Università degli Studi di Napoli Federico II, a cui parteciperanno Antonio Mario Caira, dirigente del Settore lattiero caseario del Ministero Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Andrea Dionisi, funzionario della Commissione Europea DG SANCO, Antonio Limone commissario dell' Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno ed Franco Giorgio, funzionario della Regione Campania

 

La Redazione

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Il gatto, in uno specchio di sole

 

È giorno. La sveglia ha sussultato sopra il comodino. Si vorrebbe non ascoltarla, girarsi dall’altra parte e continuare a dormire. Ma le necessità incombono. Di piccoli e grandi, ognuno il suo daffare, il suo compito nella vita. Gli alberi sono rigogliosi e fitti di uccelli e il loro canto sveglia l’aria. L’odore del caffè si diffonde nella casa. Piccoli sonagli si destano. Effondono il loro suono e tutto ricomincia, daccapo. Da basso ecco il gatto. Miagola. Fa le fusa nella speranza di un piatto, anche stamani. Anche gli uccellini si sono disposti tra le ringhiere.

A loro si vorrebbe dire:”Restate. Ancora rimanete a cantare. Il vostro canto è simile al vento. Passa. Entra nell’anima, profondamente e, si resta affascinati. “ Se ne vanno. Di fratta in fratta, di riparo in riparo e scompaiono. Sono esseri piccolissimi, fragili, ma necessari. È come la musica al mondo, la luce al cielo. Piccole creature, leggiadri e teneri compagni. Di un’umanità affaccendata. Chi è l’uomo in questo paesaggio e chi sono questi animali. Compagni di vita, simboli o soltanto figure banali. Al quinto giorno, nacquero gli uccelli. Al sesto gli uomini, e tutti gli altri animali della terra. Perché questo ordine nella Creazione?

Mi piace pensare che aprendo gli occhi, prima ancora. Nello stordimento dell’uomo c’era il suono di queste creature melodiose. Gli uccelli accolsero l’uomo sulla terra, cantando. Intorno a sé un mondo di animali. Ci accompagnano, ci fanno compagnia. Ecco il gatto, sacro agli egizi, si è messo nello specchio bianco di sole. Ha assunto una posizione alquanto buffa, ma è contento. Al calduccio, si lecca per essere all’altezza di quella carezza che, un uomo dal passo leggero gli fa. Forse avrebbe voluto essere anch’esso un’aquila o il gabbiano che vola lontano. Ma eccolo troneggiare nel suo tappeto di sole e non gli sembra interessare altro. D’altronde i gabbiani sono troppo lontani dal suo sguardo. Li si sente garrire, sembrano lamentarsi. Mentre se ne vanno, sono tanti, lontano dagli scogli, dal mare calmo. Nell’aria c ‘è profumo di sansa.

È il profumo delle olive, che danno olio. A chi tanto, a chi poco. Ai gabbiani, è il profumo di cibo. Qualcosa da beccare prima di ritornare ai loro nidi. Anche il pettirosso e il cardellino giallo, l’umile passerotto ritorneranno ai loro nidi. Mentre noi, da questa parte ci domandiamo dove nacque il loro canto.

Giuseppina Quitadamo

Corso di acquerello naturalistico

 

Domenica 9 Novembre il Parco di San Bartolomeo Casa in Campagna, a Caiazzo in provincia di Caserta, ha ospitato un appuntamento dedicato all’arte visiva: corso di acquerello naturalistico con Rossella Testa, esperta in conservazione e restauro di opere d’arte.

 

Il workshop, completamente gratuito, era rivolto a quanti vogliono apprendere i segreti della pittura “en plein air” fatta di giochi di luci ed ombre, tinte impalpabili e capacità di osservazione. Il programma prevedeva:

 

·         Introduzione alla tecnica dell’acquerello

·         I materiali: carte, pennelli, colori. Altri materiali utili

·         L’acquerello naturalistico

·         Il disegno: cenni di prospettiva

·         La teoria del colore: principi fondamentali

·         Il fluido mascherante

·         Tecniche

·         Riprodurre alcuni elementi di un paesaggio

·         Esercitazioni

 

Dopo avere pranzato tutti insieme presso il ristorante della Tenuta, la giornata è terminata con la visita guidata lungo i giardini del parco alla scoperta di animali esotici  e specie rare.

 

San Bartolomeo Casa in Campagna Via Rognano Località Pantaniello di Caiazzo (CE). Tel.: 0823.862623 info@sanbartolomeo-casaincampagna.it www.sanbartolomeo-casaincampagna.it/corso-di-fotografia-naturalistica/

 

Ufficio Stampa Dipunto Studio tel. 081 681505 www.dipuntostudio.it

 

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SAN BARTOLOMEO CASA IN CAMPAGNA

 

 “GIARDINI DEL VOLTURNO”

III edizione della Mostra Mercato di fiori, piante e tutto quanto fa giardino.

 

18 e 19 ottobre 2014

 

Sabato 18 e Domenica 19 ottobre, il Parco di San Bartolomeo nella vallata di Cesarano a pochi chilometri dall’antica Caiazzo, in provincia di Caserta, ospita la terza edizione di Giardini del Volturno la mostra mercato di piante e fiori curata da Loreto Marziale. Dopo il successo dell’edizione primaverile – svoltasi il 5 e 6 aprile -, la due giorni di ottobre è dedicata ai colori e alle essenze dell’autunno. Il parco di San Bartolomeo – Casa in Campagna, tra i parchi più belli della Campania, ospiterà vivaisti ed espositori provenienti da tutta Italia: ci saranno in mostra e in vendita agrumi in vaso, rose antiche, orchidee, succulente e cactacee, varietà esotiche ed essenze aromatiche del Mediterraneo, ma anche piccolo artigianato di qualità, flower designer. Giunta alla sua terza edizione, la mostra mercato Giardini del Volturno nasce con lo scopo di diffondere la cultura del verde e l’amore per le piante tra grandi e piccini: nei due giorni dell’evento ci saranno laboratori creativi, mostre e visite guidate al Parco che è anche un’oasi naturalistica popolata da piante rare e fauna protetta. Arricchiscono l’esposizione vasi e terrecotte artistiche, arte topiaria, attrezzi da giardino, prodotti biologici e cosmesi naturale e tutto quanto riconduca al concetto di verde e natura. Scenario unico della mostra mercato sono i viali e i prati della tenuta San Bartolomeo Casa in Campagna, custodita con cura e passione dalla famiglia Marziale.

L’ingresso alla mostra mercato è libero. Gli orari sono: dalle 09.00 alle 18.00. Possibilità di pranzare nel Parco su prenotazione al costo di 30 euro per gli adulti, 20 euro per i bambini.

Il parco di San Bartolomeo si estende per 40 mila metri quadri in un succedersi di viali e giardini popolati da specie arboree esotiche e mediterranee. Il lungo viale, delimitato nella prima parte da Phoenix canariensis, Washingtona robusta e Brahea armata e nella seconda parte da Ulivi, Gleditsia, Gelsi, Liriodendrom e Aceri campestri, accoglie il visitatore conducendolo verso due eleganti edifici, l’uno di fronte all’altro e in posizione panoramica, visibili da molti punti della vallata del Volturno tra il verde intenso della macchia mediterranea. Il visitatore può ammirare un’ampia varietà di Palme (Butia capitata, Trachycarpus fortunei, Chamaerops humilis), Yucche, Phormium e la fioritura estiva delle Lantane montevidentis e della Calliandra tweedii; ed ancora una folta vegetazione di Fico d’India e Echium candicans, arricchita da Eucalipti, Oleandri e Ligustri impiantati negli anni Trenta del Novecento. Custodi della Tenuta sono le Querce e poste alla fine del viale di ingresso, stanno quasi a salutare il visitatore testimoniando la secolare storia del luogo. All’interno del Parco c’è una piccola oasi naturalistica con piante rare e una fauna protetta, dove abitano animali esotici come cicogna, marabù, pellicani e fenicotteri. Infine, una Butterfly House, una casa permanente delle farfalle, introduce i visitatori nel favoloso mondo dei lepidotteri. All’interno del parco è possibile pranzare in un elegante padiglione ristorante.

San Bartolomeo Eventi

Via Rognano Località Pantaniello di Caiazzo (CE). Tel.: +39.0823.862623 Cell. 3495223313
Contatti: info@sanbartolomeo-casaincampagna.it www.sanbartolomeoeventi.it

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Convegno Verso l'Expo 2015 "Nutrire il Pianeta

 

 


Il Parco Regionale dei Castelli Romani, nell'ambito della propria partecipazione alla "24ª Sagra del Fungo Porcino" a Lariano, ha organizzato un convegno sul recupero e valorizzazione della biodiversità colturale ed agronomica nel Parco Regionale dei Castelli Romani, al quale tutti gli interessati sono invitati a partecipare.

Programma

SALUTI  ISTITUZIONALI

Maurizio Caliciotti - Sindaco del Comune di Lariano 
Sandro Caracci - Commissario del Parco dei Castelli Romani
Dott. Maurizio Fontana - Direttore del Parco dei Castelli Romani


INTERVENTI

Prof.ssa Antonella Canini
Direttore Dipartimento di Biologia dell'Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
"Conservazione del germoplasma di piante di interesse agroalimentare”

Dott.ssa Maria Rosaria Tabirio
Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura, Centro di Ricerca per la Frutticoltura
“La biodiversità entomologica e la sua utilità”

Dott.ssa Lucia Margaritelli
Agenzia Regionale Parchi 
“Valorizzazione delle filiere agricole dei Parchi: il caso del Parco dei Monti Simbruini per la tutela delle varietà locali di legumi”

Federico Archinard
Api-cultore del Parco dei  Castelli Romani
“Ape regina di  biodiversità”

Prof. Roberto Scialis
Dirigente Scolastico  Liceo Joyce – Ariccia
“La scuola verso l’EXPO 2015: un approccio didattico

 

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Saranno le formiche a salvarci dal riscaldamento globale?

(a cura di Luca Gallotti)

 

ROMA – Saranno le formiche a salvarci dal riscaldamento globale? Uno studio condotto dall’Arizona State University in Tempe ha dimostrato come questi insetti laboriosi siano capaci di sottrarre gas serra all’atmosfera, raffreddando quindi il clima sulla Terra. Secondo i ricercatori americani alcune specie di formiche, otto per la precisione, agiscono su alcuni minerali creando il calcare: così facendo il laborioso insetto blocca l’anidride carbonica nella roccia togliendola dall’atmosfera.

 

LO STUDIO – Questa scoperta, pubblicata sulla rivista Geology, rappresenta per la scienza sicuramente un interessantissimo punto di partenza, dato che bisognerà effettuare ancora tante verifiche, e tra queste in modo particolare sarà necessario capire le dimensioni del fenomeno. Infatti un mistero da svelare sarà proprio il quantitativo di Co2 assorbito dalle formiche, ma, secondo Ronald I. Dorn, è davvero realistico che “la massa biologica delle formiche abbia rimosso una quantità significativa di anidride carbonica dall’atmosfera nel corso dei millenni, in quanto la loro popolazione si è ampliata dall’iniziale numero di partenza di 65 milioni di anni fa.”

 

(Fonte: http://www.ecoreport.tv/saranno-le-formiche-a-salvarci-dal-riscaldamento-globale/)

 

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Allocchi in libertà

 

Sei piccoli allocchi di nuovo in libertà, dopo un periodo di cure presso il Centro per il Recupero della Fauna Selvatica della Lipu di Roma.

I rapaci sono stati liberati all’interno del Parco dei Castelli Romani, dopo un periodo di adattamento trascorso nelle voliere dell’Ente.

 

Le voliere di Villa Barattolo, sede del Parco, sono generalmente utilizzate per questo tipo di attività e, solo nei casi in cui non è possibile il pieno recupero degli animali, diventano per un alloggio a tempo indeterminato.

 

Gli allocchi, prima di uscire dalle voliere, hanno avuto qualche attimo di esitazione ma, una volta preso il via, uno ad uno si sono lanciati fuori, posandosi sui rami degli alberi vicini.

 

Redazione

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Nota: I campi con l'asterisco sono richiesti

Nota: I campi con l'asterisco sono richiesti

“Gazzetta Ambiente”, rivista su ambiente e territorio, ospita un corposo dossier sul Parco dei Castelli Romani

 

“Laddove sono presenti predatori apicali sono necessariamente presenti anche le loro prede a testimonianza di un ecosistema in salute”. È quanto scrive Enrico Pizzicannella, uno dei due autori, insieme a Claudio Borghini, del dossier pubblicato sulla rivista “Gazzetta Ambiente”, dove si racconta come, da quanto esiste il Parco, in termini di biodiversità, i Castelli Romani hanno registrato consistenti incrementi. In particolare sono degni di nota i risultati che riguardano la fauna e che interessano diversi ordini: chirotteri, urodeli, falconiformi, carnivori e, in ultimo, gli accipitriformi.

 

“Trent’anni di Parco - commenta il commissario straordinario dell’Ente, Sandro Caracci - hanno portato a risultati certi e misurabili: nell’area protetta la biodiversità è in crescita, così come, di conseguenza, la salute generale dell’Ambiente. Questo è un vantaggio innanzi tutto per gli equilibri naturali, e, quindi, per tutti coloro che vivono nel Parco. Un ambiente vivo e vivace, infatti, è sinonimo di qualità della vita, cui ha contribuito in tutti questi anni l’azione svolta dal Parco, e tutto questo non è certamente casuale, tenuto conto che i parametri esterni all’area protetta denotano invece un impoverimento della biodiversità sia vegetale che animale.”

 

 Redazione

 

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Nel nido del Biancone

 

Nel Parco dei Castelli Romani c'è stata la prima nidificazione accertata del grande rapace diurmo. il Biancone . Questo rapace, conosciuto anche come Aquila dei serpenti, in quanto si nutre esclusivamente di rettili, è stato avvistato nel Parco negli anni passati durante i passi migratori, ma solo nel 2013 ne è stata accertata la nidificazione, a cui le immagini del video si riferiscono, evento che si è ripetuto quest'anno.

Grazie alle telecamere installate è possibile ottenere immagini ed informazioni scientifiche circa la nidificazione e nello stesso tempo sorvegliare sul buon andamento della stessa. Questo avvenimento assume una grande rilevanza anche perché riguarda un animale che è all'apice della catena alimentare. Se c'è il predatore, significa infatti che ci sono anche prede e dunque che tutto l'ecosistema è in buona salute. Un'ottima notizia per la biodiversità del Parco.

 

 

Redazione

 

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Sambi, il gatto bianco e nero

 

C’è un gatto

Nel quartiere

Ha macchie nere sul manto chiaro.

Gioca con l’aria e insegue

Gli uccellini poi

Se ne torna a sonnecchiare

Sulle scale

Di marmo bianco.

 

Vorrebbe una casa tutta per sé

Una famiglia e tante risate

Di bambini.

 

Ogni tanto salta sopra gli alberi

Dove stanno le albicocche

Mature gialle e torna

Nel suo nascondiglio

Ad aspettare.

 

Si, che qualcuno lo abbracci forte

Come batuffolo nero e bianco

Tra le braccia di chi ora

Mostra bastoni e sberle.

 

 

 

Giuseppina Quitadamo

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Piccolo fiore di campo

 

Ho posato gli occhi

Su di te minuscolo

Fiore sbocciato

Dentro i prati.

 

Al mattino dispieghi

I petali al sole li

Richiudi a sera.

 

Mentre le

Piccole foglie sostengono

La tua

Esistenza.

 

Vari i colori

Intensi o tenui

Forte il legame

Con l’universo

Dentro cui

Sei.

 

È un dono la tua

Presenza meraviglia

Il tuo piccolo

Aspetto

Come sasso o cuore

Vita d’uomo

O di fiore

Mistero d’amore

E dono.

 

 

Giuseppina Quitadamo

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Censimento dei rapaci notturni nel Parco dei Castelli Romani 

 

Riprendono le attività inerenti il Progetto dell’Atlante dell’avifauna notturna del Parco, a cura del Servizio tecnico Tutela Ambientale Flora e Fauna del parco regionale dei Castelli Romani.

Questa seconda fase sarà anche quella conclusiva del Progetto, e consisterà nel ripercorrere gli stessi punti del precedente campionamento per due volte, entro il mese di giugno 2014, ricercando questa volta l’Assiolo, il Succiacapre (che non è un rapace ma avendo abitudini notturne è stato ugualmente inserito nel censimento), il Gufo comune e il Barbagianni.

Sono stati individuati circa 160 quadranti di 1 km x 1km nell’area del Parco e, all’interno di ogni quadrante, verrà effettuato il campionamento in un punto rilevato con l’ausilio del GPS.

Il monitoraggio dei rapaci notturni consiste essenzialmente nel lanciare con un altoparlante il richiamo della specie che si intende monitorare, attendendo la risposta ad esclusione del Barbagianni, per il quale vengono utilizzate tecniche di rilevazione diverse.

Per ogni stazione di campionamento verrà compilata una apposita scheda dove sono riassunti i risultati del campionamento, al termine del quale verranno valutati i siti di presenza o assenza correlandoli con le diverse tipologie ambientali. I risultati e le relative conclusioni verranno pubblicate ed utilizzate per una corretta gestione del territorio.

 

Redazione

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Nota: I campi con l'asterisco sono richiesti

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Il cielo ha deposto

L’azzurro vigoroso

Scolpito di sole

Prima di indossare

Il buio della sera.

 

Il giallo di una mimosa

Si sporge a me

Richiama

La mia attenzione.

 

La scopro.

Un palazzo la costringe

Una indefinita costruzione

Le sta intorno.

 

Rapita ai soliti pensieri

Mi volgo attratta

Dall’inatteso dono

Imprevista gioia

Investe il cuore.

 

Torno alla mia

Vita usuale destata

Da impercettibili segnali

Ovvie

Di naturale evolversi

Della storia umana.

 

 

Giuseppina Quitadamo

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Ritorno al paesino 

 

L’alba germogliò i colori nascosti durante la notte. A poco a poco i raggi di sole tagliavano l’ombra stretta fra i rami del bosco. Faceva freddo in quegli anfratti, ma presto tutto sarebbe stato inondato di sole e di calore. I bambini giocavano a costruire case fatte di foglie secche e piccoli legni trovati qua e là. Il silenzio era magico. Nonostante il chiasso, nonostante i loro canti stonati. Il silenzio di quegli alberi attutiva ogni altro suono. Ed era un racconto fatto di rami che scodinzolavano come cani, di foglie battute dal vento. Di canti di uccelli, melodici e teneri. Era mezzogiorno. Le campane del piccolo paese montano suonarono e i bambini della colonia si avviarono verso la scuola. Dove li aspettava il pranzo che li avrebbe sollevati dalla fatica del lungo percorso. Alle loro spalle il bosco rientrava nel proprio silenzio. Ben nascosto da alberi alti e maestosi, da un ruscello che lì scorreva calmo. Molti giorni erano trascorsi dacché erano approdati ancora tristi per la mancanza delle proprie famiglie. Ed ogni giorno che passava, diventava una nuova conquista verso la loro maturità. Ai pianti seguivano ora amicizie e conforto. Si viveva lo stesso dolore e questo voleva dire che non erano soli ed insieme avevano imparato a scoprire il nuovo mondo che era stato loro dato in prestito per un mese soltanto. Fino a quando sarebbero ritornati a casa e questi giorni sarebbero diventati una bella esperienza da ricordare negli anni. Quando il passato dona le sue perle man mano si allontana. Venne quel giorno.

La sera prima fecero tanta baldoria da far perdere la voce alla direttrice e alle accompagnatrici. Tanta era l’euforia che non la smisero , fino a quando non caddero addormentati tra le lenzuola attorcigliate.

Era un bel mattino di sole. Le valigie erano pronte, sistemate alla meglio. Alcune vi ci avevano messo le confezioni di marmellate monodose non consumate da portare ai fratelli a casa. Era una bella sensazione ritornare a casa. Rivedere le famiglie. Ma dai finestrini del pullman continuavano a guardare quel paesaggio dapprima sconosciuto, poi amato. Di esso avevano conosciuto i maialini che vivevano in botole lungo le strade, davanti alle case. O nei giardini delle case. Il loro aspetto roseo e buffo il verso sordo e gravoso e la loro goffaggine. Prima ancora avevano scoperto i somari. Simili ai cavalli, li avevano incrociati fra le strade strette e ripide del centro abitato. Ve n’erano due ,carico di sterpi l’uno e di sacchi l’altro. Avevano lo sguardo mansueto, docile e triste. Facevano pena tanto erano carichi, ma ad essi sembrava non interessare.

Seri, legati da una corda, aspettavano .Come soldati pronti alla battaglia,senza fretta , o pensieri.

Alcuni dei bambini erano rimasti stupiti . continuavano a voltarsi nonostante l’invito delle educatrici a non fermarsi. Gli occhietti tondi degli animali si chiudevano, si riaprivano impassibili. Ora faticavano a non voltarsi. Per non scoprirsi tristi perché riandavano. E lasciavano infine quel paesino di montagne sperduto tra i monti garganici. Di cui loro, che venivano dal mare, non sapevano l’esistenza. Al guardarle dallo stesso finestrino, quelle montagne , sembravano guardiani di un mondo che racchiude in sé segreti di una bellezza infinita. E la scoperta di una felicità semplice e piccina. Come quella dei bambini che guardano il mondo con sguardi di meraviglia.

Arrivarono al paese natio. Il mare splendeva di ori e diamanti, di luce e voglia di partire. Andare lontano. Su barche che portano i viandanti sui sentieri del cuore.

 

Giuseppina Quitadamo

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Il cane bianco e nero di Eremita

 

Erano passati molti giorni. I medici avevano dato ormai il loro verdetto. Tutto indicava una fine imminente per il vecchio Eremita. Così lo chiamavano gli abitanti del suo quartiere e del paese intero. Aveva quasi cent’anni Eremita, ed era contento di morire. Sapeva che presto avrebbe potuto riabbracciare quelli che amava. La moglie che lo aveva lasciato giovanissimo. Ed il suo bambino che non aveva vissuto neppure una giornata intera. A quei tempi, come soleva ripetere ai bambini, il mondo era diverso. Se fosse accaduto in tempi moderni, sua moglie e il bambino sarebbero vissuti. Invece destino volle che fu una terribile caduta a farli cadere. In seguito fuggì senza dire niente a nessuno. Alcuni lo diedero per morto. Altri dissero che aveva trovato un’altra donna. Pochi, che egli era vivo, ma il dolore era troppo grande ed era fuggito.

Solo, circondato da pini e ulivi e dalle notti incantate di un bosco lontano ;non volle sapere più niente. Della vita e del mondo. Neppure della bambina più grande che aveva appena un anno. Era fuggito come animale ferito a domandarsi cose cui non poteva dare spiegazioni. La notte taceva. Solo il vento rispondeva al suo tormento e un cane. Se l’era trovato fuori la porta di casa. Una mattina uscendo aveva trovato un cucciolo abbandonato forse da un passante. Era piccolissimo. Di forse due settimane. Bianco e nero e tanto tenero. Eremita lo prese, e senza pensarci lo portò in casa. Lo mise davanti al camino acceso e gli fece bere latte. Era attento a questa creatura piovuta dal nulla da una mano che certo lo avrebbe fatto morire. Ma lui lo salvò da morte certa e salvò così il suo cuore che ricominciava man mano a respirare.

Passarono i mesi. La ferita del suo cuore non si era rimarginata. Stava diventando parte di lui. Ci sono dolori che non passano mai e quello di Eremita era uno di questi. Però alla disperazione iniziale, ora sopraggiungeva una sorta di rassegnazione. La si porta sempre con se. Non se ne può fare a meno.

Ora aveva imparato che la vita dà e toglie. Che aveva ancora molto da dare, ma non era ancora pronto a farlo. Però, come spesso accade, sono gli eventi che ci costringono a delle scelte. A dire che non è ancora finita. Il piccolo cane bianco e nero, un bastardino, stava diventando grande abbastanza da poterlo portare altrove. Magari dalla sua bambina. Eloisa amava gli animali. Quando ancora non camminava rincorreva gattonando ogni animale le capitasse davanti. Il gatto, il cane o gli uccellini che scappavano via. Ricordava la sua bella faccia dal colore del latte e delle rose a maggio. I capelli biondi e ricci e gli occhi bellissimi come quelli della madre. Quel ricordo gli spalancava il cuore ad una nuova ferita. Piangeva. Tanto era solo e nessuno poteva compatirlo. Solo il cagnolino scodinzolava e gli batteva il muso contro. Allora egli lo prendeva in braccio. Il piccolo animale gli leccava il viso lasciandogli la pelle umida e appiccicosa, fino a farlo sorridere. Un giorno ,lo sapeva , sarebbe tornato alla vita di prima. Ma non ce la faceva. Ogni giorno incominciava con una promessa, ma alla sera tutto finiva come il giorno prima.

Ora la sua bambina avrebbe avuto all’incirca due anni e mezzo. E lui non voleva più vederla per non soffrire. Amarla perdutamente e poi vederla morire. Così pensava tra se mentre il suo cagnolino giocava oramai grande sull’aia.

“ Aiuto ! aiuto!Aiutatemi! Aiuto!” questo sentì una mattina presto Eremita, che in realtà si chiamava Enrico. Uscì senza pensarci. Il cane balzò prima di lui. Il grido d’aiuto proveniva dalla strada. Un uomo urlava disperato mentre una donna gravida giaceva sotto un carro. Impallidì Enrico. Rabbrividì guardando. Cercò con tutte le forze di aiutare la donna che si lamentava. Aiutato dal marito sollevarono il carro. Liberarono la zampa dell’animale . Corse a prendere il suo cavallo. Lo legò al carro rimasto per fortuna intero. E vi sistemarono la donna sopra. L’uomo ferito ad un braccio giaceva al fianco di lei e il cane vicino al conducente. Enrico stava tornando alla vita senza saperlo. E lo faceva riportando alla vita una donna e il suo bambino. Come la sua donna e il suo bambino che, lo avevano lasciato. In paese fu accolto da sguardi di stupore e di sconforto per quanto stava accadendo sotto i suoi occhi. Ma questa donna visse e visse anche il bambino che portava in grembo. Ritornò a casa, da sua madre. Fuori la porta a pian terreno c’era una bimbetta di neppure tre anni che giocava con una signora anziana. Vedendolo ella non disse nulla. Solo gli corse incontro. Lo abbracciò forte. Lui prese la sua bambina che dopo una iniziale diffidenza si fece stringere forte. Il cane bianco e nero si unì a loro. La bambina incominciò ad accarezzarlo. L’animale saltellando incominciò a giocare con lei. Sembrava non avesse aspettato altro, fino a quel momento.

Era un giorno qualunque di un anno qualunque quando un vecchio ritornò da quelli che aveva tanto amato. Al suo funerale c’erano la figlia anziana, i suoi figli e i figli dei suoi figli. In casa c’erano diversi animali. Tra cui un cane bianco e nero. Come suo padre e come suo nonno prima.

 

Giuseppina Quitadamo

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Finalmente Primavera!

 

La primavera si affaccia dalle finestre dell’inverno. Guarda fuori e copre di colori l’orizzonte. A tratti si estendono file di papaveri rossi, primule delicate dalle molteplici forme. Piccolissime corolle s’elevano. Brillano nelle aiuole o in distese abbandonate. A primavera la vita risplende e i cuori respirano nuova gioia. Al risveglio cardellini gialli e neri si nascondono dentro i rami di un’acacia in fiore. E canta. Quante note s’alzano in volo. Di passeriformi che stanno sopra i tetti, sui comignoli a difendere i piccoli nei nidi. Com’è dolce quel richiamo che si fanno l’un l’altro, già prima che il sole sorga. Allora, ai primi sprazzi di luce ecco il suono melodioso di un uccellino che incanta tanto è soave e ritmato. È come un dono inaspettato. Aprire gli occhi e trovarsi immersi in un mondo di vibrazioni. È sentire il flauto che emette il dolce suono , e a seguire, il violino. Il pianoforte infine, e l’acqua che scorre. Sgorga dalla fonte con rigoglio di voce e poi scorrere lento. Di lui si ode il moto lento. Scende sopra le pietre , le porta con se in un movimento impercettibile. Piano piano, lento lento fino a cambiarne il volto. Fin dentro i millenni. In cui ogni cosa cambia aspetto.

Al mattino dicevo, si avverte tutto questo. E vedo. Guardo notando i piccoli mutamenti. Dell’acacia più gialla di ieri, dei fiorellini più folti. Dai microscopici petali aperti a nutrirsi di sole. Sono gialli, sono viola, e rossi. Hanno dispiegato i loro petali, per poi serrarli a sera. Chiudendoli ben stretti. Obbedendo nel loro piccolo mondo alla meravigliosa legge della natura, della vita che è in loro. Essi, piccoli, fra i più piccoli e perfetti portano in sé la legge dell’abbandono. Del rispetto alle regole del mondo. Che non hanno inventato loro, ma esiste anche per loro.

Ancora ascolto. È pieno giorno. Il sole alto sulle pietre brucia i piedi. Ci sono gatti distesi. Si leccano. Si scaldano. E cani randagi che chiedono il cibo ai passanti, o camminano attaccati al guinzaglio. E ci sono loro. Esseri che corrono. Vanno, ritornano. Restano. Ci sono i bambini diventati grandi o bambini in corpi di adulti. Ci sono anziani che ricordano i tempi andati e piccoli che sognano momenti non ancora vissuti. Ci sono poi vite e storie di donne e bambini. Che si confondono. Nascono in piccoli semi, diventano uomini. Li vedi affiorare invisibili, poi affacciarsi con le manine tese, in braccio alle madri. Anch’io fui una bambina in braccio a mia mamma. Ora sono un’adulta ma nel cuore c’è una bambina che sobbalza. Vorrebbe mettersi a saltare per ogni cosa bella che accade. Sempre ne accadono. Sono come i piccoli fiori sbocciati sui tronchi spezzati. O nelle dune, divenute discariche. O come canto, semplicemente il canto di volatili fra i rami. Unico, ritmato. Come note buttate sulle pagine di uno spartito tra le mani di un genio musicale. Io sono come il vento leggero quando passa. Come il risveglio di un mattino di sole. Come una giornata di lavoro. Ho incominciato il mio corso. Sto andando avanti. Tempo verrà ed anche su di me le foglie cadranno su cumuli di passato. Quando nessuno saprà chi fui stata. Se ero o no esistita nei tempi andati. O fui come un alone di fiato su un vetro appannato. Se si, chi ero stata. Cosa della mia vita e che, della mia storia umana. Se fui una pagina scritta tra i libri di scuola. Oppure solo nome negli scaffali di archivi impolverati. Ora cammino per le strade della vita. Ad ogni passo corrisponde una sconfitta. O una nuova attesa. Attendo. Già questa è una certezza. Come un mattino di sole. I raggi che piovono dalle finestre addormentate e tu sei costretto ad aprirle perché devi dare senso e certezza a tutte quelle cose che vedi. Ad ogni più piccolo fiore, per incominciare.

 

Giuseppina Quitadamo

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Progetto ENEA per il turismo sostenibile e per la salvaguardia dell’habitat marino

 

L’ENEA ha portato a termine la prima fase di sperimentazioni previste dal sottoprogetto GE.RI.N (Gestione Risorse Naturali), finalizzato allo sviluppo di tecnologie per favorire il turismo sostenibile, per la salvaguardia dell’habitat naturale e per il recupero eco-compatibile dei resti di Posidonia oceanica, pianta endemica del Mar Mediterraneo, che il mare deposita in grandi quantità sugli arenili.

Questa attività, finanziata dal MIUR (art.2, comma 44, Legge 23 dicembre 2009 - Legge Finanziaria 2010) e coordinata dall’Unità Tecnica Tecnologie Ambientali dell’ENEA, fa parte del Progetto “Ecoinnovazione Sicilia”.

La grande quantità di biomassa che si accumula durante i mesi invernali sulle spiagge riduce gli spazi per la balneazione e alcuni turisti la considerano un fattore di degrado che limita lo sviluppo turistico ed economico delle località balneari, ed in particolare nelle piccole isole dove il valore economico delle spiagge è molto più alto rispetto alla media nazionale.

Le biomasse vegetali spiaggiate che vengono generalmente raccolte mescolandole ai rifiuti, e portate poi in discarica, invece con il progetto GE.RI.N, vengono utilizzate per realizzare delle stuoie, biodegradabili al 100%. Si tratta di realizzare delle strutture a “materasso”, costituite da sacche in fibra naturale (cocco, juta, canapa, etc.) da riempire con i resti di Posidonia accumulata sulle spiagge utilizzando mano d’opera locale. Questi speciali tappetini sono facilmente trasportabili e possono essere poi utilizzati per creare camminamenti, sentieri, ma anche coperture naturali da distendere su tratti rocciosi ed impervi difficilmente fruibili, contribuendo a contrastare il problema dell’erosione costiera riducendo l’asportazione della sabbia e aumentando la ricettività balneare.

Il progetto GE.RI.N si pone anche l’obiettivo della salvaguardia dell’habitat del fondo marino di Favignana, con il ripristino delle praterie di Posidonia oceanica degradata a causa degli ancoraggi o dello strascico in quelle aree sotto costa.

Grazie alla proficua collaborazione con l’Area Marina Protetta delle Isole Egadi, presso l’isola di Favignana le bio-stuoie riempite di Posidonia sono state immerse alla profondità di 10 metri in un tratto di fondale antistante Cala Azzurra, dove la prateria di Posidonia è particolarmente danneggiata; per zavorrarle sono stati utilizzati blocchi di calcarenite, materiale proveniente da varie parti dell’isola e compatibile con la sabbia sciolta del fondo marino. Sulle bio-stuoie sono stati poi reimpiantati anche alcuni fasci di piante recuperati in loco, per favorire la ricolonizzazione del fondale.

Il progetto GE.RI.N si pone infine l’obiettivo di utilizzare i resti delle piante marine per la produzione di compost per fini agricoli.

Si tratta di un’innovazione di processo e di prodotto che permette di coniugare le esigenze ambientali, sociali ed economiche delle località balneari, consentendo di migliorare i servizi turistici con una gestione sostenibile delle spiagge, che vengono restituite alla fruizione dei bagnanti, e che ha ritorni anche occupazionali a livello locale. Il progetto GE.RI.N ha anche ottenuto il Premio “Green Coast Award 2013”, classificandosi al terzo posto.

L’ENEA, che opera nei settori dello sviluppo economico sostenibile e della green economy, ha fornito dunque il supporto tecnico-scientifico per lo sviluppo del progetto, nell’ottica di una crescita dell’economia locale e di un’estensione di questa esperienza pilota ad altre realtà marine.

 

 

Redazione

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Ossigeno
Ossigeno

Ossigeno ed evoluzione della vita: nuovi dubbi emergono da un studio

 

In tutte le scienze sperimentali esistono delle teorie irrefutabili al punto da connotarsi, per gli studiosi di settore, come fulcro centrale per successivi approfondimenti da cui scaturiscono nozioni che assurgono a corollari, a nuove ramificazioni logiche della teoria principale.

La più celebre di queste è di certo quella “eliocentrica”, elaborata da Copernico nella prima metà del '500 (esposta nel De  Revolutionibus orbitum coelestium) e sviluppata con rivisitazioni più accurate da Galilei nelle decadi successive, per essere poi definitivamente ratificata nel 1851 da Foucault.

Se l’inconfutabilità di alcune teorie può dirsi frequente in scienze “dure” quali la fisica e la chimica, supportate entrambe da solide argomentazioni matematiche ed empiriche, il quadro risulta tuttavia più incerto e magmatico in biologia, soprattutto nel filone che tenta di tracciare i primordi della vita e le sue modalità di sviluppo e diversificazione sul nostro pianeta.

Uno degli ultimi studi in tal senso è stata effettuato da due ricercatori danesi dell’Università di Exter (Regno Unito), che si sono concentrati sulla co-evoluzione degli eucarioti e l’ossigenazione degli oceani nell’era Neoproterozoica, periodo oscillante da un miliardo a 542 milioni di anni fa.

La pubblicazione, edita anche sulle pagine della rivista Nature Geoscience, insinua dubbi su un processo evoluzionistico ritenuto da sempre unidirezionale, una sorta di “dogma” che vincola l’incremento delle percentuali di ossigeno sulla Terra allo sviluppo di forme di vita complesse a partire da quelle più elementari.

Per converso, dallo studio emergerebbe la possibilità che siano state amebe (protozoi) e soprattutto spugne (poriferi), che risiedono sul fondo di habitat marini, a imprimere l’impulso necessario ad innescare l’ossigenazione degli oceani e dell’atmosfera, grazie alla loro capacità di filtrare particelle minute di sostanza organica e di ridurre a cascata le concentrazioni di fosforo e fitoplancton, tutte condizioni che richiedono invece un cospicuo consumo di ossigeno.

Così si esprime Timothy Lenton, il primo autore coinvolto nella ricerca:”noi sosteniamo che l’evoluzione dei primi animali potrebbe aver giocato un ruolo chiave nella diffusione dell’ossigenazione degli oceani profondi, diffusione che a sua volta ha facilitato l’evoluzione di forme animali più complesse e più mobili”.

Si può dunque ipotizzare che gli animali da effetto diventino causa o concausa dell’aumento dei livelli di ossigeno, prima negli oceani e poi nell’atmosfera?

Ci spiega Simon Poulton, coautore della ricerca:”attualmente non conosciamo la risposta a questa domanda, che è in definitiva la chiave per capire come il nostro pianeta si è evoluto fino al suo stato attuale abitabile. Per averla è necessario che i geochimici trovino nuovi modi per decifrare i livelli di ossigeno sulla Terra primordiale”.

È interessante, tuttavia, che recenti esplorazioni nelle profondità marine abbiano documentato come una spugna descritta la prima volta nel 1983, denominata phylum Loricifera, manifesti una singolare predisposizione a vivere in sedimenti di acque deprivate di ossigeno molecolare, ipersaline e ricche di solfuri venefici, configurandosi di fatto come un’eccezione nel novero degli organismi pluricellulari. Un caso che può ritenersi funzionale a suffragare le tesi degli scienziati danesi?

Non la pensa così Roberto Danovaro, attuale presidente della Stazione Zoologica “Anton Dohrn” di Napoli e autore, peraltro, della scoperta sulle condizioni limite in cui vivono proprio tre “phyla” di loriciferi, che appone il sigillo definitivo sullo studio liquidando così le sue implicazioni: "sono conclusioni francamente molto forzate. Ritengo infatti che, nonostante la risonanza della rivista, lo studio non fornisca elementi interessanti per quello che riguarda meccanismi evolutivi, ma indicazioni sulle capacità di resistenza delle spugne negli ambienti poveri di ossigeno”.

 

 

Antonio Petito

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feat-vivisezione
feat-vivisezione

Animali: Il Governo italiano approva un nuovo decreto contro la vivisezione

 

Lo scorso 10 marzo il Governo italiano ha approvato il decreto legge sulla vivisezione, più ristrettivo rispetto la normativa europea 2010/63.

Il testo, approvato dal Consiglio dei Ministri, attende soltanto la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e dopodiché la ricerca condotta sugli animali sarà sempre più difficile.

Con la nuova legge in Italia non sarà più possibile allevare cani, gatti e scimmie in laboratorio; condurre esperimenti su scimmie e test su cani e gatti randagi; effettuare esercitazioni di didattica ad eccezione di corsi universitari di medicina veterinaria; utilizzare gli animali per test per droghe, alcool e tabacchi. Inoltre saranno promosse soluzioni alternative e sostitutive alla vivisezione, sostenute da un Fondo per il loro sviluppo creato dallo Stato.

Questa nuova legge sulla vivisezione è un passo importante verso l’abolizione in tutta Europa degli esperimenti condotti sugli animali e si cambi realmente i metodi di ricerca, come ha potuto affermare LAV – Lega antivivisezione.

La norma senza dubbio è importante in quanto si riconosce l’unicità degli animali, in particolare quelli domestici come cani e gatti, e in più impedisce l’allevamento di animali in centri come il noto Green Hill.

La battaglia degli ambientalisti è ancora aperta e la prossima tappa è l’articolo 13 della legge delega n. 96 del 2013. Secondo tale legge è obbligatoria l’anestesia per tutti gli animali sottoposti a test e il LAV si dichiara pronto a denunciare tutti coloro che conducono sperimentazioni animali senza il rispetto di tale norma. 

 

Giovanna D’Urso

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AMICO PETTIROSSO

 

Rosse piume 

sul petto fra i rami

s’avverte.

 

Alzando gli occhi

Per individuare

Dove l’ospite 

È fermo 

Eccolo spuntare.

 

Come bocciolo

Fra i cachi il canterino

Richiama a sé

I nostri sguardi.

 

Meraviglia 

Amico  pettirosso

Racconta

Dei  venti

Che su di te

Soffiarono

Dei mari 

Di cui porti e l’odore

E la mancanza.

 

Degli  sguardi 

Che si voltarono

Nell’intento di scoprire

La vita tra le sue 

Bellezze.

 

Giuseppina Quitadamo

Tutti i diritti riservati

 
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Voglio che i cani siano liberati dalle catene in Emilia Romagna

 

Condivido le richieste del movimento animalista emiliano-romagnolo, che Davide Battistini, in sciopero della fame dal 20 gennaio 2014, ha fatto al presidente della regione Emilia Romagna.

Voglio che la legge regionale 3/2013 sia applicata subito, i cani liberati dalle catene e custoditi in recinti degni di un paese evoluto e civile. 

Presidente Vasco Errani Le chiedo:

- di inserire nella legge, come misura minima dei recinti, 9 metri quadri per un singolo cane e un aumento razionale di superficie per ogni cane introdotto oltre al primo.

- di modificare l'art 2 comma 1 lettera a, introducendo dopo la frase "a rifornire l'animale di cibo e acqua..." le parole "pulita, al riparo dal sole e dal gelo e contenuta in un contenitore atto a non essere rovesciato accidentalmente dal cane"

- nel comma 2 bis della legge regionale 3/2013 di aggiungere la frase "Il medico veterinario, entro il giorno di rilascio del certificato che autorizza la detenzione alla catena, ha l'obbligo di inviare via fax all'assessorato alla sanità del comune in cui esercita la professione, il certificato emesso e conservarne copia della trasmissione in ambulatorio. Nel certificato dovrà essere sempre specificata la data in cui termina la deroga alla legge per motivi sanitari e questi specificati dettagliatamente. La patologia, curata tramite catena, deve essere chiaramente indicata. Tali certificati saranno consultabili dai consiglieri comunali, provinciali e regionali."

- di informare immediatamente, a quasi un anno dalla promulgazione della legge, tutti i detentori di cani, che la catena è illegale, utilizzando il database dell'anagrafe canina regionale.

- di convocare, ascoltare e recepire le valutazioni del movimento animalista presente coi suoi rappresentanti nei comitati provinciali. Comitati non convocati dalla Sua giunta, ad eccezione di quello di Bologna. E di questo nessuna proposta è stata recepita.

Questi gli impegni che chiedo che Lei prenda ufficialmente e per iscritto affinché Davide Battistini sospenda lo sciopero della fame, forma di lotta non violenta che chiede un aumento di civiltà.

 

https://www.facebook.com/scatenarediritti?fref=ts

 

Firma Petizione:

http://www.petizioni24.com/voglio_che_i_cani_siano_liberati_dalle_catene_in_emilia_romagna

 

Un nostro lettore


Redazione 

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Vallevegan: il rifugio per gli animali liberi

 

Cani, gatti, maiali, oche, galline, galli, pecore, conigli, tartarughe. Sono circa duecento e ognuno di loro ha un nome. Vallevegan è casa loro. Questa settimana vi raccontiamo la storia di uno dei primi e dei più importanti rifugi per animali liberi in Europa e del suo fondatore Piero Liberati.

 

La Fondazione ValleVegan è nata nel gennaio del 2006 ed ha sede tra i boschi, i fiumi e le grotte di Bellegra e Rocca S. Stefano, ad un’ora di distanza da Roma. Lo spazio è costituito da un casale e 11 ettari di terreno riscattati ad un prezzo molto basso da un allevatore che ora ha smesso l’attività, abbandonando molti degli animali, tutti gravemente malati, ora sotto la cura degli attivisti della Fondazione.Tutti gli abitanti non umani della valle sono infatti animali salvati da allevamenti o macellerie, o portati via dai laboratori. ValleVegan è dunque un centro per varie attività di recupero, rinaturalità e accoglienza per chi ha subito torture, reclusioni, derisioni e privazioni da parte dell’uomo. Un luogo fisico, ma anche un ambiente di riflessione in cui gli esseri viventi possono sperimentare e scoprire una dimensione di incontro, di conoscenza, di contatto e convivenza.“Avere a che fare con un animale – dice Piero – è come trovarsi davanti ad una persona che non la pensa come te ma da cui tu puoi apprendere tanto”.

 

ValleVegan però è anche un simbolo: la trasformazione di luoghi precedentemente usati per la macellazione, per la caccia, per l’agricoltura intensiva, in uno spazio senza confini, senza sofferenza e senza sfruttamento.

 

Perché ‘vegan’? ‘Vegan’ significa ‘vegetariano radicale’ e indica quindi la scelta di non mangiare carne, pesce, uova, latte o qualsiasi altro alimento di origine animale, né di usare cuoio, pelle o lana. Ma il veganismo (leggi approfondimento nel box a destra), sottolinea Piero, è solo il punto di partenza, una filosofia di vita che acquista senso solo se associata alla lotta contro ogni forma di discriminazione e sopraffazione di un essere vivente su un altro.“Fin da piccolo – racconta Piero – ho sempre salvato animali, mi sono sempre occupato di ecologia e lotte politiche. L’idea era quella di prendere un pezzettino di terra e metterci gli animali, dar vita ad un posto libero. La motivazione più forte che mi ha portato a questa scelta è stato l’amore per gli animali”.

 

Ma non solo: determinante è stata anche la volontà di salvare dalla distruzione e riqualificare un luogo in cui prima venivano bracconate e macellate le pecore ed era pieno di rifiuti. “Nessuno distruggerà questa terra, qui non vengono cacciatori, nessuno ci costruirà una palazzina, non verrà fatta una discarica”.

Al contrario, oggi nella valle sta aumentando la biodiversità e sono tornati alcuni animali selvatici.

 

Vegano, anarchico, animalista e da molti anni volontario nei campi antibracconaggio, Piero Liberati vive a ValleVegan insieme alla sua compagna Antonella e altri tre inquilini che variano. “Abbiamo un orto, tanti alberi da frutta, compriamo il meno possibile all’esterno, ci scaldiamo e cuciniamo con la legna”. Secondo Piero si può vivere bene senza tante cose superflue come la tv, i vestiti alla moda, etc. “Potrei quasi vivere senza soldi, ma in realtà me ne servono un bel po’ per mantenere gli animali, per il loro cibo e le spese veterinarie. Per questo io e Antonella facciamo piccoli lavoretti e organizziamo cene di finanziamento in cui la gente prova la cucina vegan e dà un contributo”.“La quotidianità è uno degli aspetti migliori del vivere qui: non hai scadenze lavorative né orari fissi, quindi è una vita molto tranquilla e rilassata senza dover rendere conto a nessuno se non a te stesso e agli animali. Tornando indietro lo rifarei”.

 

Vivere nella valle però, ammette Piero, è anche una sfida: “non è facile vivere qui perché sei in un posto isolato, fa freddo, gli animali si ammalano”. ValleVegan, tuttavia, non è un posto eremitico ma una comunità in cui convivono stabilmente persone che hanno deciso di dedicare la vita all’amore per tutti gli esseri viventi (animali e vegetali) ed un luogo aperto a chiunque condivida tale scelta.

 

“Inoltre stiamo instaurando un rapporto sempre migliore con le persone del paese. Questa è una delle più belle vittorie degli ultimi anni: essere passati da una diffidenza reciproca al supporto”.Tanti i progetti che Piero ha in mente per il suo futuro e per quello della valle. “Mi piacerebbe salvare altri terreni, altre aree tipo queste, semiurbane o ai margini delle città. Vorrei creare oasi rinselvatichite o un posto dove possano abitare persone che non hanno una casa. Ecco l’idea è quella di trovare posti da salvare. Mi piacerebbe anche migliorare questo posto, costruire un prefabbricato, una pensione per cani e mettere su una piccola attività economica per poter continuare a mantenere gli animali”.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2014/01/piero-liberati-vallevegan-rifugio-animali-liberi/

 

Redazione

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Calendario 2014, L’AMICO PELOSO. CANI E GATTI.

 

È online il calendario 2014 “L’Amico Peloso. Cani e Gatti” dell’Associazione Culturale Photo Polis, patrocinato dalla Provincia di Napoli, sostenuto dal Garante Diritti Animali di Napoli Stella Cervasio e realizzato grazie all’impaginazione grafica offerta gratuitamente da Rosario Spanò (Producktion) e alla partecipazione di 83 autori che attraverso un concorso fotografico hanno inviato le foto dei loro amici a quattro zampe.

Per illustrare il calendario sono state scelte quindici immagini fra tutte quelle pervenute, e gli autori selezionati sono Sergio Aletta, Rosanna Bandieri, Angelo Casteltrione, Anna Conte, Mariangela Contursi, Francesca De Caro, Marco Grassi, Giusy Iescone, Fabiana Maffettone, Luigi Maffettone, Ariella Martino, Lucia Stoppele, Mauro Vecchione, Guido Villani, Bruna Zavattiero.

Il calendario è distribuito sulla piattaforma Scribd con licenza Creative Commons, quindi è scaricabile gratuitamente e chiunque può stamparlo nella sua forma integrale senza manometterne la grafica. La sua vendita e ogni forma di commercializzazione non sono consentite. Il link per effettuare il download è http://bit.ly/1hG97xO

Contestualmente al concorso fotografico Photo Polis ha lanciato una campagna di raccolta fondi, e con le donazioni e gli sponsor ricevuti sarà possibile stampare alcune copie del calendario da distribuire gratuitamente nelle scuole a rischio della provincia di Napoli con annessi incontri per stimolare a un sano e rispettoso approccio con gli animali.

La campagna di raccolta fondi terminerà il 31 gennaio 2014. È possibile avere tutte le informazioni per come fare una donazione su http://bit.ly/1dncEz1 e sulla stessa pagina, per trasparenza, saranno di volta in volta elencati i nomi dei donatori e la relativa somma raggiunta.

Con questo progetto i fotografi Marco Maraviglia e Massimo Vicinanza, ideatori dell’iniziativa, hanno voluto lanciare una campagna di sensibilizzazione verso il rispetto e la tutela degli animali domestici e contro qualsiasi forma di violenza nei loro confronti.

L’iniziativa “L’Amico Peloso. Cani e gatti” organizzato da Photo Polis è accompagnato inoltre da una proposta innovativa: l’adozione a distanza di un animale domestico, per far si che le persone economicamente svantaggiate, molto spesso anziane, possano avere in casa un amico a quattro zampe grazie al contributo di chi se ne voglia prendere carico con una piccola spesa mensile per il mantenimento. L’adozione a distanza è un gesto di solidarietà già praticato in altri ambiti e secondo i due fotografi napoletani un suo uso più esteso ne rivelerebbe ancor di più il valore sociale ed etico.

 

Redazione

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Il Gemello malefico del riscaldamento globale. A Varsavia si discute dell'acidità degli oceani

 

Alla Conferenza dell’ONU sul clima, che si è tenuta a Varsavia dall’11 al 22 di questo mese (novembre 2013), si è discusso in primo luogo sulla concretizzazione delle decisioni prese l'anno scorso, nel quadro della Conferenza di Doha, in merito al regime climatico attuale, in secondo luogo, ma non con meno scrupolosità, sugli sforzi che tutti i Paesi dovranno adottare per quanto riguarda le riduzioni delle emissioni, l'adattamento ai cambiamenti climatici, il finanziamento e la trasmissione delle conoscenze tecnologiche entro, e non oltre, il 2015. Sebbene in Italia ci si trovi in lutto nazionale per quello che è successo in Sardegna, sebbene le immagini della strage causata dal ciclone nelle Filippine siano mandate a ripetizione, i media nazionali concedono ancora poca attenzione alla conferenza in generale, così come a questa problematica (che forse non sarà l'unica causa, ma certamente ha costituito un forte aggravante per ciò che è successo e sta succedendo). A conferma dell'importanza, anzi urgenza, di questi provvedimenti un nuovo rapporto inserito nell'International Biosphere-Geosphere Programme (IGBP). Lo studio, effettuato in California da più di 500 esperti del settore, ha dimostrato come gli oceani stiano diventando acidi a un "ritmo senza precedenti" e come la causa principale di un tale peggioramento sia da attribuire "con alto livello di sicurezza" alle emissioni di CO2. Secondo la BBC le attività umane "aggiungono ventiquattro milioni di tonnellate di anidride carbonica agli oceani". Tale quantità ha alterato la chimica delle acque producendo effetti maggiori soprattutto per Artico e Antartico in cui le acque ghiacciate trattengono più CO2 rispetto agli altri mari. Per l'Artico, in particolare, i ricercatori hanno affermato che entro il 2020 il 10% della regione sarà inospitale per le specie che costruiscono i loro gusci e conchiglie con il carbonato di calcio, per poi essere definito un "ambiente ostile" nella sua interezza entro il 2100. Nello stesso, purtroppo non lontanissimo, 2100 è stato stimato, inoltre, che circa il 30% delle specie oceaniche avrà poche probabilità di sopravvivere, tra queste anche il corallo. Le conseguenze sono molto più numerose di quel che si crede e, probabilmente, neppure numerabili. Basti pensare al fatto che, come accennato sopra, il processo di crescente acidificazione degli oceani distrugge tutti gli organismi che possiedono strutture calcaree e questi organismi rappresentano gli anelli di una lunga e complessa catena alimentare. La loro drastica riduzione, dunque, si ripercuoterebbe inevitabilmente sugli esseri superiori e sulla biodiversità marina, fino a innescare vere e proprie estinzioni di massa. Ma se già ardua ci appare la prospettiva che i nostri figli e i nostri nipoti non potranno godere della bellezza delle barriere coralline, così come possiamo vederle noi oggi, ancora più grande non ci appare ma sarà l'impatto economico sulle perdite di acquacoltura. E' stato, infatti, calcolato che, con gli attuali tassi, sempre entro la fatidica data del 2100 il costo globale del calo di molluschi potrebbe raggiungere addirittura i 130 miliardi di dollari. L'acidificazione degli oceani (spesso definita "gemello malefico del riscaldamento globale poiché hanno entrambi, come madre, la stessa anidride carbonica) dovrebbe dunque essere conosciuta e temuta almeno quanto il suo "consanguineo" più noto.

 

Serena Laezza

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Cosa si sta facendo per lo zoo di Napoli? Luci ed ombre della nuova gestione messe a fuoco nell’intervista a Roberto Braibanti

 

Lo zoo di Napoli sin dalle sue origini ha combattuto per la sua esistenza. Nato nel 1940, a causa della seconda guerra mondiale vede la sua apertura al pubblico solo nel 1949. Si è affermato come luogo di ricerca internazionale, habitat naturale di molte specie in via d’estinzione e meta privilegiata di tutte le famiglie nelle domeniche soleggiate. Come qualsiasi “locus aemenus”, però, si è poi scontrato con la realtà. Realtà che si chiama: malagestione, degrado e crisi economica mondiale. Molto è stato fatto (e si sta facendo) per evitare la fine di quello che per alcuni è un sogno, un luogo da far rinascere in tutta la sua importanza storica e scientifica, e per altri una fonte di sopravvivenza. Abbiamo deciso di intervistare a tal proposito Roberto Braibanti che si è occupato per SEL della situazione dello Zoo di Napoli, sin da quando si trovava con i lavoratori senza stipendio, animali a rischio di rimanere senza cibo, fallimento in atto e Curatore Fallimentare che aveva visto andare deserta la prima gara per affidamento dell'area.

 

Pertanto, di cosa si è occupato?

Ho cominciato a cercare da un lato di far emergere i problemi che erano sullo sfondo e dall'altro di aumentare l'attenzione su questo ''polmone verde'' della città che ormai era finito nel dimenticatoio. Con Marcello Cradavero, consigliere della Municipalità del Centro Storico di SEL, ho organizzato due assemblee pubbliche. La collaborazione crescente con i lavoratori, con i volontari, con i commercianti di Fuorigrotta, con le associazioni ambientaliste, animaliste e sociali e i tanti cittadini ha fatto il resto.

 

Lei ha scritto che la vicenda che ha interessato lo zoo di Napoli avrebbe potuto assurgere a “riassunto di un fallimento”. Un fallimento è stato, certamente, il progetto Falchero. Come si è arrivati a questo punto?

Il progetto di sviluppo presentato all'epoca (molto bello tra l'altro) del Parco di Edenlandia e dello Zoo valeva circa 40/60 milioni di euro: quei soldi semplicemente non c'erano e non c'era possibilità di ottenerli. Un passo troppo impegnativo cui la crisi economica ha dato il colpo di grazia. Mi domando, però, perché quando si affidò l'area al Falchero l'amministrazione di allora non abbia preso le dovute cautele e informazioni sia economiche sia su studio di fattibilità del piano industriale e coperture (fideiussioni).

 

E ora? Può affermare che si tratta del riassunto un “lieto inizio”?

Ora ci sono bagliori di luce e qualche punto d'ombra nella nascente gestione Flores. La luce è che in questo momento allo Zoo ci sono i lavori in corso su tutta l'ex area ovest del parco, sul laghetto e su tutta l'entrata. Sarà aperta al pubblico entro Natale, con un enorme restyling, spazi rivalutati, animali da cortile liberi, introduzione di specie campane a rischio di estinzione. Per l'estate 2014, invece, si vedranno i primi risultati sui grandi felini che saranno spostati dalle gabbie attuali in spazi molto grandi. 3 milioni di EU di investimento che sono una vera controtendenza per questa città. Ombre, però, ce ne sono. Gli orsi sono in una situazione avvilente, sembrano sofferenti fisicamente e non si è capito qual è il progetto su di loro. Né si capisce dove saranno dislocati tutti gli erbivori europei e i rapaci. Sarà compito della politica e delle associazioni ambientali, oltre che del garante degli animali del comune di Napoli, dr/sa Stella Gervasio, essere vigili nel controllo ed essere sempre da pungolo a far meglio al Dr. Flores.

 

 

Uno degli scopi della nuova gestione dell’imprenditore Floro Flores è trasformare il giardino zoologico in bioparco. E’ solo un cambio di denominazione?

La funzione primaria di un bioparco moderno, oltre a consentire una vita più dignitosa agli animali, dovrebbe necessariamente essere educativa: cioè dovrebbe insegnare il RISPETTO per gli animali, per la loro privacy, per le loro abitudini. Una fondamentale funzione sociale di crescita per la popolazione campana che, in alcune sue parti, sconta dei deficit macroscopici su questo punto. Non più un posto dove l'animale è un ''fenomeno da baraccone'' da guardare e, a volte, irridere, ma solo un essere da conoscere. Se il Bioparco nascente farà questo, metteremo le basi per dei campani migliori nel rapporto con l'ambiente e i suoi abitanti non umani.

Quali gli accorgimenti più urgenti da adottare? E perché converrebbe?

Un bioparco ben strutturato avrebbe la potenzialità di raggiungere anche i 200.000 visitatori annui molto rapidamente, raggiungendo una discreta redditività. Per far decollare l'area in maniera seria c’è bisogno che venga ricostruita Edenlandia e il settore parchi a tema, che aumenterebbe di molto la spinta anche sul bioparco vicino. Sul tema Edenlandia farò, con Marcello Cradavero come SEL, la prima Assemblea Pubblica sul tema a palazzo S. Giacomo (aula Multimediale), Napoli, 27 novembre alle 17,30. Chiedo a tutti (cittadini, stampa, associazioni e politica) di partecipare. Questa città si può far ripartire solo un passetto alla volta, con determinazione e con la collaborazione di tutti, ognuno per i suoi ruoli e per le sue possibilità e professionalità.

 

Serena Laezza

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Delfinoterapia: tra miti e controversie

 

Le conseguenze benefiche del rapporto uomo-animale sono ormai indiscutibili. La pet therapy, o in italiano zoo terapia, trova ampia applicazione in svariati settori socio-assistenziali, tra i quali: case di riposo, ospedali, comunità di recupero. A differenza di quanto i più pensano, però, l’animale che può contribuire in modo concreto alla stabilizzazione fisica e psicologica del paziente non è più solo il cane. Nessuna liquidazione per chi ha da secoli occupato il posto fisso come “migliore amico dell’uomo”, sia chiaro! Ma a darci una mano può essere non più solo una zampa, ma una pinna. A dispetto di quanto la parola “pet” possa far intuire vi sono infatti terapie che coinvolgono animali non propriamente domestici: tra questi vi è il delfino.

Da sempre considerato uno degli animali più intelligenti e socievoli, esso è il soggetto preferito di numerosi miti che mirano all’esaltazione dell’affetto che quest’ultimo sa donare all’uomo. Primo tra questi il mito di Arione che narra di come costui, un citarista, sia riuscito a salvarsi dall’inevitabile fine negli abissi dell’oceano grazie, appunto, ad un delfino. Esso, attratto dal suono della sua cetra, lo avrebbe caricato sul dorso, portandolo in salvo, fino al santuario di Poseidone, ricevendo come premio da Apollo la possibilità di salire fra le stelle, dove si trasformò, appunto, nella “Costellazione del Delfino” (visibile ad occhio nudo).

La Dat (Dolphin Assisted Therapy, cioè terapia assistita con i delfini) è stata introdotta in Italia nel 1993 da un associazione che porta proprio il suo nome ( Arion), ma coloro che l’hanno teorizzata e applicata per la prima volta sono stati fin dagli anni ‘80 negli USA David Nathanson e Betsy Smith, docenti presso la Florida International University di Miami.

Essi hanno studiato gli effetti benefici che può avere il giocare e lo stare a contatto in acqua con animali piacevolmente imprevedibili come i delfini in particolar modo per i ragazzi che soffrono di autismo. Dopo diverse sedute, infatti, gli autistici si sarebbero mostrati più attivi nei contatti interpersonali e nelle attività didattiche e questo secondo Smith sarebbe merito dell’estrema sensibilità dei delfini, del loro modo di giocare spontaneo, creativo, non stereotipato e capace di rompere anche le barriere dell’isolamento da autismo che noi non riusciamo ad oltrepassare.

Notevoli risultati si sono avuti anche in casi di bambini con ritardi dell’apprendimento di varia natura, in casi di persone affette da handicap, in casi di depressione, ansia, stress…

Tuttavia essa è una forma di terapia ancora molto controversa, sia per i costi ancora decisamente sostenuti, sia perché non esiste nessuno standard ufficiale o regola che governi questa industria che, dunque, nel suo evolversi, potrebbe danneggiare sia i delfini (prelevati dal loro ambiente naturale per rifornire il crescente numero di impianti dove si effettua la DAT) sia le persone ( non difese sufficientemente dall’esposizione ad infezioni e lesioni).

La WDCS -Whale and Dolphin Conservation Society- che è una delle associazioni mondiali più importanti per la conservazione delle balene e dei delfini, auspica perciò un totale divieto della terapia assistita con i delfini. Ma perché giungere ad un divieto invece di incrementare la ricerca, trovare basi scientifiche più solide ed arrivare ad una formulazione giuridica completa?

 

Serena Laezza

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The Italian base reopens and the XXIX campaign in Antarctica starts

 

With the opening of the Italian base in Antarctica, Mario Zucchelli Station (MZS) in Terra Nova Bay, in the Ross Sea, the XXIX Summer Antarctic Campaign 2013-2014 has started, promoted within the PNRA (National Program of Antarctic Researches). The CNR (National Research Center) performs activities concerning scientific programming and coordination of research activities, while the ENEA (National Agency for New Technologies, Energy and Sustainable Economic Development) deals with expeditions, technical-logistic actions and the responsibility of the organization in operative places. The CSNA (National Scientific Committee for Antarctica) ensures the scientific evaluation of projects and it proposes the PNRA’s strategic objectives to the MIUR (Ministry for Education, University and Research) which sponsors the campaign.

The opening of the base has been preceded by the necessary operations for the expedition of materials and for the transfer of technical and scientific staff, including the opening of the Christchurch Office (NZ). The first group arrived at MZS by helicopter, after a first stop at the American base of McMurdo, has the task to restore the access to the base and it is made of 20 people among technicians and logisticians; scientific activities will start after the arrival of the first group of researchers, expected for the end of October. Among the various actions for the restoring of MZS efficacy, a particular importance is given to the creation of a strip of marine ice (which has a thickness of about 2.5 m.) to allow the landing of the plane Hercules expected for November 19th.

A group of Italian and French technicians (12 in the overall) will be moved, since November 6th, to the Italian-French base of Concordia, to spend nine month in complete isolation and to stand in for the so-called “wintering”. Next winter campaign at Concordia, arrived at the ninth edition, will start on next February 7th and will end on November 6th, 2014.

Research activities will be prevalently performed in the fields of marine and earthly biology at the MZS, of atmosphere physics and glaciology at Concordia. Besides, during the months of December 2013 and January 2014, there will be, at 500 km from the MZS, a remote camp for the perforation of ice, which will allow the reconstruction of climate during the last two thousand years. The ship ITALICA will provide to supply the MZS and, afterwards, a campaign of scientific researches for about 30 days in the Ross Sea.

The reopening of the base which takes his name is also the occasion to remember, after ten years from his death, the pioneer of the Italian expeditions in Antarctica Mario Zucchelli and his zeal for the good results of this ambitious Italian project.

Mario Zucchelli Station, Terra Nova Bay, Antarctica, October 24th, 2013.

NB In attachment, a technical file and two photos (which can be published with the following credit: PNRA photographic archives)

Roberto De Ritis

ENEA – Press Office

Lungotevere Thaon di Revel, 76 - 00196 Rome, Italy

06 3627 2609

335 6493 433

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Redazione

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Vite da cani, morti disumane

La mala-gestione e la speculazione sul randagismo in Est Europa

 

 

Il problema del randagismo, pur essendo dilagante in tutt’Europa, ha raggiunto livelli altamente preoccupanti soprattutto in quella dell’Est. Basti pensare al fatto che Bucarest, secondo i dati della municipalità, conta un totale di 1,7 milioni di abitanti che, volenti o nolenti, convivono quotidianamente con ben 50.000 cani, inutile nasconderlo, anche pericolosi perché lasciati senza cibo o altro genere di cure al freddo destino di una vita in un luogo che non si adatta alle loro esigenze: la città.

 

Quando poi si pensa che a doverci convivere non sono solo gli abitanti ma anche i turisti, il campanello d’allarme si fa ancora più rumoroso e, conseguentemente, la ricerca di una soluzione frettolosa quanto dannosa. e’ questo il caso della mattanza svolta in Ucraina a ridosso degli Europei di calcio 2012: per non incorrere in aggressioni e disordini scatenati in città assediate da bestie (gli ultras) si è preferito sgomberarle dai cani in tutta fretta e senza alcun riguardo. C’è chi ha parlato di “olocausto”. Soliti esagerati? Forse chi ha visto passare davanti a sé quel vero e proprio “forno crematorio mobile” dove gli animali venivano inceneriti vivi, morti o agonizzanti o le fosse comuni dove i cani venivano gettati per poi essere ricoperti con il cemento non parlerebbe di un paragone azzardato.

 

Molti più contestatori appaiono, invece, quando si associa il termine “eutanasia” (letteralmente morte dolce) al nuovo provvedimento, approvato dal parlamento rumeno il 30 settembre scorso, che prevede la soppressione di tutti i cani catturati per strada e non rivendicati da alcun padrone entro 14 giorni. La licenza di uccidere concessa dalla legge dovrebbe secondo gli intenti garantire maggiore tranquillità alle persone che si sentono minacciate dalla presenza ingombrante dei numerosi randagi; è stata, infatti, promulgata nel periodo immediatamente successivo alla morte di un bambino di 4 anni che sarebbe (la dinamica non è chiara) stato sbranato da un cane. Tuttavia, essa non costituisce una novità, bensì una reintroduzione. Già dal 2001 al 2007, infatti, un’ordinanza simile permise l’uccisione di centinaia di migliaia di cani in tutto il paese e nella sola Bucarest ne vennero abbattuti un non esiguo numero ( 144.000) ad una non esigua somma (14 MILIONI di euro) e anche quando è stata in seguito approvata la legge contro le uccisioni l’Amministrazione Pubblica ha continuato a spendere oltre 3 milioni di euro all’ANNO.

 

A prescindere da ogni posizione etica, a prescindere dalla commozione mediatica causata da eventi di cronaca come quella del bambino morto sbranato, c’è da dire, però, che la maggior parte dei Rumeni, così come il resto degli Europei, non apprezza questa linea politica. I motivi sono essenzialmente due e, di certo, non trascurabili. In primis, essa non ha permesso un miglioramento ed anzi, come fa notare chi percorre le strade della città, il fenomeno ha praticamente oltrepassato la soglia dell’emergenza. In secundis, essa è molto più dispendiosa di altre soluzioni. Prima della classe sarebbe la sterilizzazione a tappeto che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è l’unica ad avere un fondamento scientifico e che costa solo 20-25 euro a cane a dispetto della soppressione per cui è, invece, difficile fare una media dato che il prezzo va calcolato in base al peso del cane e va dai 62 euro, spesi a Bucarest, ai 185 euro sempre a cane, spesi a Slatina.

 

La puzza di un grosso giro di denaro dietro tutto questo è più forte di quella di una cane bagnato. La speculazione economica, si sa, è una delle ragioni per cui conviene ( a chi se non a politici e aziende?) restare in questa condizione di caos permanente.

E allora molti in tutto questo si chiedono: dov’è la presenza dei benpensanti politici dell'Europa dell'ovest? Quando la comunità europea chiederà conto di questa malagestione alla Romania?

 

Serena Laezza

 

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Il tragitto delle tradizioni: la transumanza

« Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all'Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti. »

 

Così Gabriele D’Annunzio nella poesia “i pastori” descrive un’usanza in atto da secoli (già Virgilio e Plinio il Giovane ne avevano scritto) e che si configura ancora oggi come un vero e proprio rito di passaggio dalla Bella Stagione all’Autunno.

 

La fine dell’estate implica sempre uno spostamento. Se nel nostro caso si limita da calde e affollate spiagge ad una non meno affollata Salerno-Reggio Calabria, nel caso degli animali lo spostamento è molto più variegato e si colora di sfumature del tutto nuove nonostante il sapore di irrinunciabile tradizione. Ed è proprio dalla tradizione che lo spostamento, o meglio la transumanza, trae i suoi ritmi. Un noto proverbio valdostano dice “Lé vatse, Sèn Bernar lé prèn é Sèn Métsë lé rèn” ovvero “Le vacche, San Bernardo le prende e San Michele le rende”; ciò significa che le mandrie salgono all’alpeggio il 15 giugno, giorno in cui si celebra San Bernardo, e ritornano a valle il 29 settembre, giorno che è invece dedicato a San Michele e che in Valle d’Aosta coincide con una grande manifestazione volta a festeggiare quella che ormai più che essere solo una pratica da allevatori è anche un’occasione per proporre uno scorcio autentico delle tradizioni del mondo rurale.

 

Lo spostamento stagionale dei greggi dai pascoli in quota a quelli posti ad altitudini più basse in tempi più o meno recenti, a causa della moderna zootecnica, dei suoi costi e dell’allevamento intensivo, è stato fortemente ridimenzionato. Tuttavia la transumanza non è sparita e anzi dà segni di rivitalizzazione: ovunque (non solo in Valle D’Aosta, ma in tutto il Bel Paese) allevatori e sempre più turisti si affaccendano per ringraziare un animale sacro, non solo India, come la Mucca, decorando questa ma anche cavalli, pecore e capre con colorite ghirlande di fiori e grandi originali campanacci. Ne segue poi una sfilata in cui donne, uomini, giovani e meno giovani fanno sfoggio con orgoglio delle tradizioni legate a quest’antica pratica che, come ci terrebbe a sottolineare proprio il D’Annunzio, prese le mosse principalmente tra l'Abruzzo e il Tavoliere. Terre in cui gli antichi percorsi seguiti delle mandrie, i tratturi, da giugno del2006 sono stati candidati a Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Cosa più di questi può rispettare d’altronde più criteri naturali e culturali insieme? D’altronde la transumanza snodandosi nei suoi tratturi “apporta una testimonianza unica o eccezionale su una tradizione culturale o della civiltà” e certamente è “un esempio eminente dell'interazione umana con l'ambiente", e ancora sicuramente contiene “gli habitat naturali più rappresentativi e più importanti per la conservazione delle biodiversità, compresi gli spazi minacciati aventi un particolare valore universale eccezionale dal punto di vista della scienza e della conservazione".

 

“E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!”.

 

Serena Laezza

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“Meticcio è figo, bastardo ci sarai tu”… Dakota Day 2013

 

Nella maggior parte dei casi, a un’esposizione canina, i cani sono giudicati in base allo standard della razza: il cane ideale deve rispettare nella sua fisionomia delle caratteristiche già scritte, e, anche se la perfezione non esiste neanche per gli amici a quattrozampe dal pedigree più immacolato, solitamente a vincere è il cane che più si avvicina a questi ideali di bellezza.

C’è però un concorso che pare abbaiare ehm… gridare il contrario: la bellezza, soprattutto se canina, è nei particolari, in quella combinazione di colori, forme e stravaganze che si fonda sull’inconfondibilità. E chi è più inconfondibile? Chi si allontana più dagli schemi fissi di una razza, naturalmente. Ecco perché i protagonisti indiscussi in una manifestazione che mira all’esaltazione dell’unicità, come quella del Dakota Day, non potevano che essere loro: i meticci!

Che abbiano orecchie grandi o piccole, una testa a forma piramidale o di cono allungato, coda arricciata o lunga e vivace, anche loro hanno tutto il diritto di manifestare che non sono da meno ai loro fratelli pure sangue.

Al grido di "meticcio è figo, bastardo ci sei tu" la colorata, folle ed incredibile banda del Dakota Day ballerà la danza meticcia al ritmo di rock 'n' roll e con altrettanta energia si mostrerà pronta a gareggiare in: bellezza, abilità, intelligenza, aspetto atletico, coraggio e forza. Se la prima rasenta la soggettività, perché ogni “scarrafon è bell’a mamma soja”, le altre si fondano su un valore inequivocabile: la complicità tra cane e padrone. La complicità tra i due migliori amici verrà, quindi, dimostrata con modalità diverse: dalla semplice sfilata sul tappeto rosso alla vera e propria partita di calcetto ( a tre: due calciatori e il campione, il cane); dalla prova di forza insieme ai carabinieri a quella di coraggio a fianco dei pompieri; dal “Jumping for freedom” (sbarcato in Italia come “salto in lungo” grazie all’associazione Docks Dogs) alla “fanta-agility” (gara a tutta velocità rigorosamente per squadre).

Accanto all’unicità però il Dakota Day, che è ormai arrivato alla terza edizione, si fa promulgatore di un altro valore: il riscatto. Ad avere importanza durante la gara non sarà solo il presente, non solo la gioia che i padroncini dimostreranno di aver trasmesso ai loro cuccioli, ma anche il passato, dando voce ad esperienze e a storie di abbandoni, randagismi, maltrattamenti, superamenti di barriere fisiche nel caso di Tripodi o cani con altri tipi di problemi motori. 

Se, quindi, anche tu hai una storia da raccontare e vuoi mettere alla prova la leggenda secondo la quale i meticci sono la “razza” canina più intelligente o, semplicemente, muori dalla voglia di scoprire chi sarà il Re Randagio d’Italia, fai un salto a Roma il 6 ottobre 2013. Prima, però, non dimenticare di contattare gli organizzatori allo dakotaroma@gmail.com ( L’iscrizione costa solo 10 euro ed è possibile effettuarla entro e non oltre il 1 ottobre). Se Fido non si fida, intanto, può anche spulciare il sito ufficiale: www.dakota-day.it

 

Serena Laezza

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Sperimentazione animale. Perché firmare per la sua abolizione?

 

Quanti non hanno ancora visto lo spot per la raccolta firme contro la sperimentazione animale trasmesso quotidianamente su tutte le reti razionali? Pochi. Quanti non hanno ancora deciso se firmare o meno? Abbastanza. Quanti vogliono saperne qualcosa di più? Molti, compreso chi scrive. Ecco perché abbiamo deciso di intervistare Loredana Passerini. Consulente aziendale che, da quando ha conosciuto Kim Buti, fondatore della LEAL (LegaAntivivisezionistaLombarda), non è più riuscita a chiudere gli occhi davanti a una pratica distante dal suo lavoro, ma di certo non dalla sua vita.

 

Subito un chiarimento: spesso il termine vivisezione è usato per indicare, per sineddoche, la più ampia sperimentazione animale. Ma che cos’è la vivisezione? Sperimentazione animale e vivisezione sono la stessa cosa?

Per vivisezione s’intende un esperimento in cui sono impiegati animali vivi, anche se coloro che la praticano preferiscano il termine più neutro di “sperimentazione animale”. In realtà esistono ricerche in cui, pur non praticando una “sezione dal vivo” (da qui il termine di vivisezione), l’animale subisce un notevole grado di sofferenza. In definitiva, si può tranquillamente affermare che i termini “vivisezione” e “sperimentazione animale” sono un’unica pratica - come peraltro si evince dalle spiegazioni date da autorevoli enciclopedie - ma possono tra loro differire per metodologia, iter e protocolli degli esperimenti e campi di applicazione.

 

La prima associazione antivivisezionista francese ha avuto come primo presidente fu Victor Hugo. Egli ha affermato: “La vivisection est un crime”. Perché lei, insieme a molti altri, negli anni è stata portata a credere a queste parole piuttosto che alla teoria dell’animale-macchina del filosofo Cartesio?

A dispetto della teoria del filosofo Cartesio secondo cui l’animale essendo sprovvisto di coscienza non può provare dolore, gli stessi ricercatori affermano che gli animali soffrono enormemente, prima, durante e dopo gli esperimenti. Poi spesso sono eliminati tramite eutanasia per essere studiati ulteriormente con l’autopsia lo stato e la reazione degli organi interni a determinati trattamenti. E visto che sono esseri senzienti, vivisezionarli vuol dire renderli oggetti da utilizzare a proprio piacere e per i propri scopi, ignorando la loro sofferenza e il loro diritto a essere rispettati .

Nel 2013, a prescindere da qualsiasi contestazione etica, ha ancora senso l’affermazione “ farlo in nome del progresso della scienza” o si è giunti ad una qualche valida alternativa?

Non ha alcun senso l’affermazione che la sperimentazione animale è un male necessario e che bisogna “farlo in nome del progresso della scienza” perché ogni specie animale (uomo compreso) possiede una propria anatomia, fisiologia e genetica ed i meccanismi biologici sono diversi da specie a specie. Da queste premesse risulta evidente e inconfutabile che nessuna specie animale può essere un valido modello di ricerca per un’altra specie. Per contro esistono metodi scientifici sostitutivi del modello animale, già impiegati in diversi paesi: robot, manichini, simulatori dotati dei più sofisticati sensori che simulano il corpo umano. Da non dimenticare la “nuova frontiera” cioè quella dello studio e dell’utilizzo delle cellule staminali provenienti dallo stesso individuo che dovrà beneficiarne. Inoltre, i metodi sostitutivi potrebbero essere molti di più se le sovvenzioni pubbliche e private non andassero in gran parte a finanziare l’inutilità della vivisezione!

 

Nel 2010 è stata approvata la direttiva europea 2010/63/UE. Essa regolamenta l’utilizzo per gli animali per usi scientifici ma, subito, ha suscitato aspre polemiche. Quali punti della norma sono i più contestati?

La Direttiva 2010/63/EU è stata soprannominata la “direttiva della vergogna” anche da parte di ricercatori e scienziati. I punti più contestati della direttiva sono i suoi 66 articoli. Essa consente: il riutilizzo degli animali in esperimenti successivi; le istruzioni su come dare la morte agli animali (decapitazione, dissanguamento, distruzione del cervello, elettrocuzione); di lavorare sul corpo di cani e gatti randagi; di sperimentare in deroga (senza uso di anestesia) qualsiasi farmaco, droga o di effettuare qualsiasi intervento anche invasivo e doloroso; di effettuare ogni sorta di manipolazione genetica col pretesto della “conservazione” della specie, compresa quella animale; di creare animali geneticamente modificati da utilizzare come bacino di organi da utilizzare negli xenotrapianti, cioè trapianti tra specie diverse.

 

Su fb, la pagina “Stop Vivisection” ha più di 90 mila fan e questo denota certamente grandissimo interesse…Ma come prosegue la racconta firme?

Con la raccolta firme, attivata all’inizio del 2013 in tutti gli stati membri dell’Unione Europea, i cittadini intendono chiedere l’abrogazione della direttiva con la presentazione di una nuova proposta che sia finalizzata al definitivo superamento della sperimentazione animale e renda obbligatorio per la ricerca biomedica e tossicologica l’utilizzo di dati specifici per la specie umana in luogo dei dati ottenuti su animali. Per fare questo bisogna che vengano raccolte almeno 1 milione di firme sia online che su moduli cartacei. Bisogna però che in almeno 7 paesi della UE venga raggiunto il quorum minimo previsto di firme. L’Italia, dal cuore grande e generoso, si è addossata la quota più onerosa di 500.000 firme che rappresenta il 50% dell’intera raccolta, ma i dati sono confortanti.

 

Perché chi sta leggendo dovrebbe firmare?

Firmare l’iniziativa popolare europea è non solo un atto di civiltà e progresso, ma un atto di amore verso gli animali e verso noi stessi che non potremo che trarre dei benefici da questa grande innovazione. Chi vuole aderire all’iniziativa da casa o da proprio dispositivo mobile, ecco il link per firmare online: http://www.stopvivisection.eu/it/content/sign-online

 

Gli animali spesso sono, come ci informa Loredana, ustionati, accecati, mutilati, congelati, decerebrati, schiacciati, sottoposti a continue scariche elettriche, infettati con ogni sorta di virus o batterio, costretti ad assumere sotto qualsiasi forma qualsiasi prodotto vendibile (persino l’olio motore per le auto e le droghe da sballo) e per non disturbare il lavoro dei ricercatori anche “devocalizzati”.

Noi però una voce l’abbiamo. Non farti devocalizzare e firma, altrimenti commenta e dicci il tuo parere.

 

Serena Laezza

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Un pericolo della globalizzazione: le specie aliene

La parola alieno deriva dal latino alius, corrispondente del termine greco allòs, che significa altro, estraneo. A discapito di quanto i più sostengono, però, gli alieni di cui ci si inizia a preoccupare non sono (almeno nella maggior parte dei casi) né verdi, né viscidi, né dotati di antenne e/o navicelle ultratecnologiche.

 

Le specie aliene di cui la scienza, e non solo, inizia ad avvertire il pericolo sono quelle che si trovano al di fuori del loro habitat naturale e che o non riescono ad adattarsi al nuovo ambiente, andando quindi incontro all’estinzione, o riescono ad adattarsi ma ne alterano irrimediabilmente l'equilibrio. La lotta tra specie autoctone (quelle originarie) e alloctone (quelle invasive) è una lotta impari, destinata il più delle volte alla presa del sopravvento delle seconde a sfavore delle prime. L’effetto cascata in questi casi peggiora le cose: basta che una singola specie sia in pericolo e risulterà in pericolo anche la specie che si nutre di quella, e da lì altre specie ancora: predatori, piante, uomini… insomma, la catena alimentare è nota.

 

Le motivazioni sono sicuramente molte, ma una delle più comuni è l’assenza di predatori e parassiti specifici che siano in grado di frenarne la crescita e la successiva colonizzazione. Ad essere minacciata, però, non è solo, come se fosse poco, la biodiversità a livello mondiale. Gravi danni vengono arrecati sempre più pesantemente all’agricoltura, alla pesca, alla salute pubblica e all’economia in generale. Importante ( e non solo per gli animali) sarebbe intervenire a tutti i livelli per controllarne l’introduzione e, in caso di insediamento già avvenuto, gestirne almeno la portata.

Ma come?

 

Facile intuire che la crescente importanza di questo problema non deriva dall’aumento delle missioni spaziali ma dalla globalizzazione, che, con gli aumenti degli scambi commerciali e degli spostamenti di persone, ha inevitabilmente accelerato il trasporto di queste specie intorno al globo. Il primo passo, quindi, sarebbe quello di fermarle alla frontiera introducendo liste nere e liste bianche. Le prime proibiscono l’entrata a specie che si conoscono già come invasive, le seconde a quelle che potrebbero risultarlo.

 

E’ stato stilato dall'IUCN (International Union for the Conservation of Nature) l’elenco delle 100 specie alloctone più dannose al mondo. Per fare qualche esempio, particolarmente noti sono in Italia: il punteruolo rosso, che ha fatto stragi di palme sui lungomare di tutto il bel paese, lo scoiattolo grigio, che a causa della sua maggiore resistenza alla malattie sta completamente soppiantando lo scoiattolo rosso, e, infine, la famigerata zanzara tigre che, originaria del sud-est asiatico, ha fatto la sua comparsa nel 1998 a Genova, in un deposito di pneumatici, e da qui inizia la sua diffusione in tutta la penisola.

 

Serena Laezza

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Caccia alla caccia alle foche

 

La Namibia è denominata per la straordinaria varietà delle sue ricchezze naturali il “Diamante d’africa”. L’estate, però, prima ancora di essere rinomata per il turismo lo è per la “stagione della mattanza”.

Cape Cross, habitat naturale della più grande colonia di foche al mondo, fa da sfondo ogni anno ad una caccia finalizzata alla vendita delle loro pellicce, del loro grasso e persino dei loro organi genitali dotati, secondo alcune credenze asiatiche, di poteri afrodisiaci. Nel paese africano, alla fine della stagione, il bilancio delle vittime è di 80mila cuccioli e 6mila adulti.

Preoccupante… è il numero se si pensa al fatto che ogni foca femmina normalmente deve aspettare cinque anni per il periodo fertile e genera un solo piccolo per volta che, riconosciuta la madre dall’odore e dalla voce, se capita che non la ritrovi è destinato a morte certa.

Preoccupante… è la modalità se si pensa al fatto che esse vengono uccise a picconate, con gli “hakapics”, bastoni di legno con un gancio di ferro all'estremità, proprio quando pur di non abbandonare i propri cuccioli ancora incapaci di nuotare, fanno loro da scudo con il proprio corpo.

Il ministro della pesca del Namibia sostiene che questa pratica sia necessaria per salvaguardare l’industria ittica, ma l’esempio fornito dal vicino Sud Africa, che ha interrotto da poco la caccia alle foche, è lampante: non vi è stata alcuna esplosione demografica, la pesca locale non ne ha risentito e, trattandosi di una caccia stagionale, nessun cacciatore ha subìto ripercussioni economiche.

Dunque, perché perpetrare queste atrocità?

L’OIPA, vale a dire l’organizzazione internazionale protezione animali, non è riuscita a rispondere a questa domanda e neanche a trovare una qualche minima giustificazione economico-sociale. Ecco perché ha dato vita ad un’importante campagna di sensibilizzazione a cui puoi partecipare anche tu; puoi firmare la petizione, semplicemente cliccando su questo link:http://www.oipaitalia.com/campagne/fochenamibia_petizione.htm

 

E se pensi ancora che si possa chiudere un occhio, prova a farlo dopo aver guardato questo video, www.youtube.com/watch?v=wAJwpHDZNYYdiffuso da Earthrace Conservation e girato, di nascosto, durante una delle tante “battute” di caccia.

 

Battute… per cui non c’è niente da ridere.

 

Serena Laezza

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Estate 2013. L’ultima delle sagre crudeli?

 

Con questa domenica, l’ultima di agosto, si conclude il ciclo di sagre estive che si tiene annualmente in tutta la penisola. Momento di tirare le somme, quindi, e domandarci: “A farne le spese è stato solo chi ha pagato il biglietto?”

L’attrazione principale, purtroppo si sa, non è sempre il desiderio di evasione dal traffico della città e neppure la voglia di tornare alle più antiche tradizioni. Protagonisti indiscussi sono loro: gli animali. Cani, gatti, uccelli, cavalli, asini, tartarughe, oche… Unico prerequisito: il non lamentarsi.

Ma per le sagre crudeli quella del 2013 potrebbe essere l’ultima estate. Il 26 luglio scorso è stato, infatti, approvato in consiglio dei ministri un disegno di legge, frutto dell’attuale ministro della salute Lorenzin, che prevede pene più dure nello sfruttamento degli animali nelle sagre e che mira a garantire i requisiti di sicurezza e benessere sia per i fantini sia per gli equidi. Il ddl, prima ancora di arrivare alle camere, però, è già sotto l’occhio critico di animalisti e non solo. Le norme, infatti, salvano tutte le manifestazioni che abbiano acquisito il riconoscimento di “interesse storico culturale” ed in tutto lo stivale quelle che celano sotto il valore della storia una certa disumanità nei confronti degli animali di certo non mancano.

Lo dimostrano le continue proteste legate agli abusi legati a feste patronali come la corsa dei porci di Bassiano (LT) o quella dell’Assunta di Porcia (PN), qui ad essere costretti a correre sono invece asini miti quanto mansueti. Così come al Rodeo di Tolfa, a nord della capitale ai cow boys impegnati ad inseguire e catturare al lazo un vitello fanno “compagnia” ormai da anni manifestanti e conseguente polizia in tenuta antisommossa. Non meno contestato appare persino il celeberrimo Palio di Siena. Il motivo è semplice: solo negli ultimi 40 anni sono morti a Siena più di 50 cavalli, tra corse, prove e animali abbattuti in seguito a incidenti.

Tutto ciò si potrebbe evitare? E a quali conseguenze si andrebbe incontro?

Gli animalisti quasi mai propongono la soppressione delle manifestazioni: anche le più cruente rappresentano, al di là di tutto, un momento di ritrovo importante soprattutto per le realtà di provincia. E’ il caso di Butera (CL), dove già dal 2012 alla tradizionale oca in carne, ossa e piume è stata sostituita una in cotone e bottoni, o al massimo plastica. Un peluche, insomma, che sembra non offendere nessuno. In lenta ma inesorabile crescita è, infatti, la sensibilità in tema di tutela dei diritti degli animali. D’altronde, se non possono lamentarsi loro…

 

Serena Laezza

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Sagra OseiC’è chi la considera solo una mostra e chi una mostra… di mostruosità.

 

Oggi, 18 agosto 2013, come ogni domenica dopo ferragosto, a Sacile, in provincia di Pordenone, si terrà la tradizionale Sagra dei Osei.

Oggi, arrivati alla 740° edizione, il malcontento di chi dice no a quella che è considerata la più importante manifestazione avicola italiana non si assopisce. Tutto al contrario, dopo aver organizzato il 27 luglio una manifestazione nazionale contro le fiere ornitologico venatorie, il presidio tra conferenze stampe, sit in e incontri pubblici continua. Ma che cos’è la Sagra Osei? E perché è sempre più duro lo scontro tra chi la sostiene e chi la contesta?

 

La manifestazione affonda le sue radici nel “mercato di San Lorenzo”: il 10 agosto era il giorno in cui gli abitanti dei paesi circostanti e delle campagne si riunivano al di fuori delle mura della città e davano vita alla compravendita di uccelli da canto e da richiamo. Il particolare tema della sagra le ha consentito non solo di sopravvivere fino ai giorni nostri, ma di assumere, fin dai primi anni, un importanza ed una risonanza notevoli. Probabilmente, alle origini del successo vi è il collegamento con l’uccellagione, ovvero l’utilizzo di tali uccelli da richiamo per pratiche di caccia. Oggi, tale pratica, come qualsiasi forma di bracconaggio, in Italia è vietata. Tuttavia, la semplice compravendita degli uccelli negli anni è stata affiancata da numerose altre attività, per citarne alcune: la Mostra Mercato di animali da cortile, l’Esposizione Nazionale Canina, la Rassegna Vini DOC del FV e l’ormai storico Concorso Canoro per l’elezione del Tordo Nazionale.

 

Se, dunque, da un parte c’è chi ricerca la legittimazione della sagra nelle sue origini storiche, dall’altra vi è chi sostiene che “tradizione” non deve essere sinonimo di “involuzione”. Se da una parte vi sono quelli che guardano alla sagra Osei come una vera kermesse della natura, dall’altra vi sono quelli che proprio non riescono a vedere un uccello dibattersi in una prigione piccola, rovente sotto il sole d’agosto. Se, sempre da una parte, c’è chi, guardandosi indietro, pensa alla sagra come motivo di orgoglio e di identità nazionale, dall’altra vi è chi, guardando in alto, non può non osservare con rammarico cieli vuoti e gabbie piene. Quest’anno, però, almeno fisicamente, le due parti proveranno a stare unite. Gli animalisti anziché protestare all’esterno, hanno intenzione di ingabbiarsi proprio lì, nella storica piazza del popolo, dove a pochi metri è già stato allestito il palco per le premiazioni.

Le polemiche, naturalmente, toccano già toni più acuti del canto degli uccelli, ma tu… da che parte stai?

 

Serena Laezza

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Acqua in bocca e raschietto in mano: guida pratica e veloce alla manutenzione del nostro acquario

 

La preoccupazione più comune in questo periodo è sguazzare in dell’acqua bella, pulita, ad una giusta temperatura e, magari, anche poco affollata. Questo non cambia se sei un Oscar, un Barbo tigre, un Danio gigante, un Piranha, uno Xifoforo o… un semplice pesce rosso.

Avere un acquario pulito e florido, infatti, non solo è bello a vedersi, ma anche necessario affinché si mantenga quel vero e proprio ecosistema in miniatura che si è riusciti a creare con sforzi decisamente più grandi. La manutenzione  deve essere quotidiana,  settimanale, mensile e periodica e, naturalmente,  l’attenzione da porre alle piccole operazioni cambia a seconda della frequenza con cui le effettuiamo.Le regole da osservare ogni giorno non richiedono molto tempo.  Controllare la temperatura dell’acqua, il numero dei pesci e il corretto funzionamento delle lampade, della pompa e del termoriscaldatore è più facile e veloce a farsi che a dirsi.

Così come almeno una volta a settimana ci risulterà istintivo rimuovere tutte le foglie secche che, oltre ad essere antiestetiche, potrebbero compromettere il corretto funzionamento della pompa, sempre settimanalmente bisognerà verificare i valori dell’acqua. I principali tipi di test ci permettano di controllare: il tipo di acqua, l’attività biologica del filtro, l’inquinamento e la fertilizzazione.

Mensilmente sarà, poi, necessario provvedere a pulire il filtro, a sifonare il fondale (ovvero ad aspirare la sporcizia depositata sul fondo) e a cambiare almeno il 20 % dell’acqua. Il filtro è composto da una parte per la filtrazione meccanica e una per la filtrazione biologica; la prima deve essere deve essere lavata o sostituita a cadenza regolare in base alla tipologia e alle dimensioni del filtro, la seconda  deve essere sciacquata nella stessa acqua dell’acquario in modo tale che i batteri, indispensabili per la vita dei nostri pesci, rimangano in circolo. Da evitare, naturalmente, qualsiasi tipologia di saponi o solventi.  Nel cambio dell’acqua, invece, bisogna prestare particolare attenzione alle sue caratteristiche (che devono esser uguali a quelle dell’acqua tolta) e in particolare alla temperatura. I pesci potrebbero ammalarsi e riempirsi di puntini bianchi in seguito a sbalzi troppo bruschi di temperatura!

Periodicamente, infine, è importante ripristinare il livello dell’acqua così come pulire i vetri della vasca, le tubature d’aria, d’acqua e le lampade da eventuali incrostazioni.

Benché non possano esultare i tuoi ospiti marini, muti come pesci, non tarderanno a ringraziarti.

 

Serena Laezza

(Riproduzione Riservata ®)

 

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Solutions to stop pet abandonment

 

During the summer, we already know, the number of abandoned animals reaches its highest peak. In spite of awareness campaigns and more and more severe sanctions (people abandoning animals risk, according to the law 189 of 2004, up to a year of reclusion and a sanction from 1000 to 10000 euros) it is only man’s best friend to suffer. Between June and August, about 60 thousand dogs are left at the side of the road, that is to say it’s as if a dog were abandoned every two minutes. A typical trend of the last years seems to be the abandonment of exotic animals. Animals like  turtles which, for the great dimensions they have reached during their growth and for their long life expectancy, are transformed in a short time from an object to be proud of to a burden difficult to manage. But the accomplice, more than the economical crisis, seems to be ignorance. So, it would be useful to read how we must behave in these situations.

If one hasn’t got a friend, a relative, to whom he can leave his dog, there are many dog boarding kennels which, with a team of experts, will provide your dog with nutrition, washing and (why not?) cuddles in our place. It is important to choose them well and, in this case, the internet can help us. It is sufficient to browse this website: http://www.dogsitter.it/pensioni-per-cani.html.

But what if you cannot leave him? More and more holiday structures admit dogs. The options among which we can choose are many: farm holiday centers and camping centers, bed-and-breakfast accommodations, hotels, holiday villages (for further information see the website and the FB page of VacanzeAnimali.it).

It can also happen that you are not responsible of the abandonment but you are a witness. Do not contribute passively to the almost sure death of the animal. If you find an abandoned animal, wandering or tied, on the highway, or injured animals, which can be a danger for drivers, you can immediately call the green number 800.137.079.

If you find exotic animals, you can contact the zoological station Antonio Dohrn, in Mergellina (Naples) (Tel.: +39 081 5833111, Fax: +39 081 7641355, Secretary: +39 081 5833218, e-mail: stazione.zoologica@szn.it).

In any other case you can contact the responsible authorities, local Police and/or the local health agency.

Useful also to post the appeal of the finding on http://www.animalipersieritrovati.org/.

The one who finds an animal, finds a treasure.

 

Serena Laezza

(All Rights Reserved ®)

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Soluzioni per porre fine all’abbandono di animali domestici

 

In estate, si sa, il numero di animali abbandonati raggiunge il suo picco più alto. Malgrado le campagne di sensibilizzazione e le sanzioni sempre più severe ( chi abbandona un animale rischia, grazie alla legge 189 del 2004, fino ad un anno di reclusione e un ammenda  dai 1000 ai 10000 euro) a risentirne maggiormente è sempre lui: il migliore amico dell’uomo. Tra giugno ed agosto circa 60 mila cani vengono lasciati sui cigli delle strade, in pratica, è come se ne venisse abbandonato uno ogni 2 minuti. Una tendenza tutta degli ultimi anni, poi, sembra essere quella dell’abbandono degli animali esotici. Animali come le tartarughe che, per le grandi dimensioni assunte nella crescita e per la speranza di vita molto più lunga di quanto i più pensano, si trasformano in poco tempo da sfoggio di un lusso modaiolo a fardello di sempre più difficile gestione. Complice, però, più che la crisi economica sembra essere sempre più spesso l’ignoranza.. Utile, quindi , può essere leggere di come ci si può e ci si deve comportare in questi casi.

Se proprio non si ha un amico, un parente a cui affidare il nostro fido, numerose sono le pensioni che con un team di esperti provvederanno alla sua alimentazione, alla sua pulizia e (perché no?) alla sua dose di coccole al posto nostro. E’ importante saperle scegliere bene e anche in questo il web ci tende una mano… o una zampa. Per rimanere in tema, basta spulciare questo link: http://www.dogsitter.it/pensioni-per-cani.html

Ma se proprio non si riesce a separarsene? Sempre più numerose sono le possibilità di villeggiatura che ammettono gli animali. Le opzioni tra cui scegliere coprono tutti i gusti: agriturismi e campeggi, bed and breakfast, hotel, villaggi turistici. (  Per ulteriori info: utili il sito e la pagina fb VacanzeAnimali.it)

Può accadere, però, anche che non si è responsabili dell’abbandono, ma solo spettatori. Per non contribuire passivamente, quindi, alla morte quasi certa dell’animale è necessario:

Per chi trova animali abbandonati, liberi o legati, sulla rete autostradale e tangenziale, o per chi trova animali feriti che possono creare pericolo alla viabilità sulla rete statale chiamare immediatamente il numero verde 800.137.079

Per chi trova animali esotici, contattare la stazione Antonio Dohrn, sita a Mergellina (Tel.: +39 081 5833111, Fax: +39 081 7641355, Segreteria: +39 081 5833218, e-mail: stazione.zoologica@szn.it)

Mentre per tutti gli altri casi: contattare le autorità competenti, quindi Polizia locale e/ o l’Asl di Pertinenza.

Altrettanto utile, potrebbe essere inoltrare l’appello di ritrovamento su http://www.animalipersieritrovati.org/.

Chi trova un animale… trova un tesoro.  

 

Serena Laezza

(Riproduzione Riservata ®)

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Nel nome di Digit

Ci sono momenti in cui la vita scorre tra le dita per un attimo..un attimo in cui ti rendi conto che tutto deve essere deciso, lì su due piedi: và o resta. Dian decise di andare, senza sapere neanche dove, senza sapere neanche quello che avrebbe potuto fare, sola, in una grande foresta dell’Africa Nera, ai piedi dei monti Viruga in Ruanda, che diventarono poi la sua casa. Per sempre. Veterinario mancato, decise di lavorare con i bambini handicappati , laureandosi in ergoterapia. Tuttavia la vita cittadina a Dian stava stretta e quando ebbe la possibilità di visitare i grandi spazi africani, sapeva già che non sarebbe tornata più indietro. L’incontro col paleo-antropologo Leakey, fece tutto il resto: da quel giorno Dian inizia la sua attività di primatologa, vivendo e studiando il comportamento dei gorilla di montagna e lasciandoci un capolavoro della letteratura scientifica “Gorillas in the Mist” ( gorilla nella nebbia). A lei si deve la vittoria nella lotta contro il bracconaggio selvaggio che negli anni ’80 rischiò di decimare la popolazione dei gorilla; a lei si deve la demolizione della visone antropocentrica in cui la scimmia era stata relegata dalla cinematografia hollywoodiana; a lei, donna che con coraggio scelse di abbandonare famiglia e affetti, per vivere lunghi periodi di solitudine nel campo base di Karisoke, si deve la scoperta della capacità della donna scienziato di poter affrontare rischi e pericoli nelle terre selvagge, con le proprie forze. Del resto lì, tra le nebbie dei monti Viruga Dian trovò una nuova famiglia: i gorilla. Tenacemente, ostinatamente, fedelmente, ogni giorno Dian li segue nei loro spostamenti, studiandone i gesti, le vocalizzazioni, la gerarchia del gruppo, fino a quando non viene ammessa a far parte del branco. In effetti la Fossey potrebbe essere considerata la prima zoo antropologa della storia. Il suo preferito divenne un giovane gorilla di nome Digit che, come era capitato ad altri prima di lui, finì barbaramente ucciso dai bracconieri, alla ricerca di mani- usate come posacenere- e teste - usate come trofei- per la vanità dell’uomo bianco. Fu il più grande dolore per Dian che in questo episodio trovò nuove energie per incentivare la lotta contro i bracconieri e con impegno e caparbietà riuscì a fondare il Digit fund, in memoria di Digit dove tutt’ora lavorano ricercatori, guardie forestali,studenti e volontari da tutto il mondo. Dian sarebbe ancora qua se non fosse stata lei stessa trucidata a colpi di machete, nella sua tenda in una fredda notte del 1985..una morte che ancora oggi resta senza un perché           ( sebbene sia forte l’ipotesi della ritorsione). All’alba di quel fatidico giorno risuonò solo un grido “ Dian Kufa!Dian Kufa!”, Dian è morta…Volevano riportare il suo corpo negli USA, ma come ricorda una sua cara amica, Rosamund Carr “Il suo spirito non l’avrebbe voluto”. Non erano riusciti a cacciarla dai monti Viruga da viva, non poterono quando morì e fu sepolta tra i suoi cari: Digit..Uncle Bert..Macho..tutti uccisi dalla mano spietata dell’uomo, tutti amati e protetti dalla donna sepolta insieme a loro e che nell’ultimo giorno della sua vita scrisse nel suo diario “Quando capisci qual è il valore di tutta la vita, ti soffermi di meno sul passato e ti concentri di più sulla conservazione del futuro”. Questa era Dian.

 

Ketty Rose

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Un sogno in cui credere

 

Quante volte guardando un cane randagio per strada, ci siamo chiesti “Perché nessuno fa qualcosa?” oppure “Che fine farà?”. Molti sono i canili che ospitano nella regione Campania trovatelli a quattro zampe, alcuni sono stati anche chiusi in seguito a denunce di abusi e maltrattamenti. Oggi invece vogliamo parlarvi di un canile di eccellenza, nato dall’impegno e dallo spirito imprenditoriale di due giovani dottori, Antonio e Felice Rubino, fondatori del Dog-Kennel Service, situato a Nola in vicinanza del Vulcano Buono. Entriamo nel centro aspettandoci le solite gabbie grigie e tristi, invece ci troviamo di fronte quasi ad un resort a 4 stelle: i box sono rifiniti in legno e materiale coibentante, è presente un ambulatorio con sala chirurgica, box per degenza, box riscaldabili, box per quarantena e anche box appositamente studiati per il mantenimento e la cura di cani affetti da zoonosi; inoltre i cani hanno un ampio spazio verde a disposizione per poter “sgambettare” e un educatore cinofilo per recuperare i soggetti aggressivi ( in quanto, provenendo dalla strada, spesso vittime di abusi e stress psicofisici). Inoltre ci piace sottolineare che il Dog-Kennel Service è stato concepito nel pieno rispetto della natura: è infatti provvisto di un impianto di fitodepurazione delle acque reflue derivanti dal lavaggio quotidiano dei box e degli spazi annessi. La stessa acqua depurata e limpida viene utilizzata per nutrire le piante e i prodotti igienizzanti sono tutti naturali e a bassissimo impatto ambientale. Ci accompagna nel giro Antonio, uno dei direttori del centro.

 

Qui di seguito l'intervista rilasciata in esclusiva a NeWage, da sempre attenta ai diritti degli animali.

 

Antonio, da dove nasce il progetto DKS? 

Nasce dall’amore e dalla passione per i cani e dal desiderio di ristabilire un corretto rapporto uomo-cane, - dichiara il direttore - il servizio che noi offriamo, cura e mantenimento, è un bene primario non solo per i cani ma anche per il benessere e l’incolumità pubblica. Infatti ogni anno organizziamo campagne di sensibilizzazione presso il centro commerciale Vulcano Buono”. 

 

"Infatti ho visto che avete addirittura stampato un vademecum per il cane, per quale motivo?".

“Vuole semplicemente essere un supporto per gli adottanti perché molto spesso capita che chi adotta per la prima volta un cane, non sia poi in grado di gestire adeguatamente il rapporto con lui. Il nostro centro, attualmente ospita circa 500 cani e ogni anno riusciamo a far adottare dai 150 ai 250 cani”.

 

Eppure, nonostante gli sforzi e l’impegno quotidiano, oggi il Dog-Kennel Service vive un momento difficile…

 

"Non abbiamo più fondi - denuncia Antonio - diversi Comuni, tra cui quelli di Avella, San Nicola la Strada, Pomigliano D’Arco, Baiano, Lauro, Quindici, Atripalda, Bellona, Vitulazio, Volla, sono inadempienti da diversi mesi nei nostri confronti”.

 

Il rischio più grave è che tutti gli sforzi per tutelare il benessere animale e guidare il lento reinserimento dei cani nella società fatto negli ultimi anni possano essere vanificati.

“Per ora sopravviviamo con le nostre forze e grazie all’aiuto dei Comuni che hanno fatto fede ai loro impegni, come quello di Taurano, che oltre a sostenerci economicamente, ogni anno ci aiuta nella campagna di sensibilizzazione e adozione, attraverso una mostra canina che si tiene ogni anno a luglio” e aggiunge “Ci rendiamo conto di vivere attualmente in un momento di crisi economica, ma chiediamo il rispetto per la vita di questi animali che, ricordiamolo, non sono solo semplici randagi, ma svolgono anche un’attività lavorativa sociale, venendo impiegati nella pet-therapy”.

 

Il centro infatti è impegnato anche in questo approccio terapeutico sia in sede che presso diverse scuole dell’agronolano, e nonostante le attuali difficoltà i fratelli Rubino pensano al futuro e mirano ad allargare la loro attività con l’onoterapia. Ovviamente sappiamo bene che esistono anche canili lager, ma prontamente Antonio ci ribatte che al DKS non hanno mai avuto problemi con nessun tipo di controllo e in collaborazione con l’ASSOCANILI (Associazione Nazionale dei Gestori Strutture e Ricezione degli Animali Domestici), sono loro stessi a combattere per la chiusura di questi luoghi in cui spesso “troviamo gente molto impreparata”.

 

Al DKS invece la parola “volontario” è addirittura fuori luogo: “I nostri operai sono altamente specializzati e ogni anno vengono sottoposti a corsi di aggiornamento professionale”.

 

Nell’agronolano non esistono centri così attivi nella cura, mantenimento, accalappiamento, pronto soccorso, degenza dei randagi, per questo Antonio non ha intenzione di arrendersi e continua a combattere la sua battaglia affinchè i suoi diritti e quelli dei “suoi” cani possano essere rispettati. E i campani, dopo aver perso la Città della Scienza, essere sommersi dalla spazzatura e coi trasporti al collasso, vogliono davvero perdere un altro motivo d’orgoglio della loro Regione?

 

Ketty Rose

(Riproduzione riservata ©)

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